La posizione sul fianco: in fascia per scoprire il mondo

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posizione sul fianco fascia porta bebè

Eccoci ancora ad analizzare una posizione classica nel portare con la fascia lunga. Come nel caso della posizione a koala e a culla ne analizzeremo gli aspetti relazionali e pratici.

E’ possibile portare sul fianco con diversi strumenti per portare: fascia corta, fascia ad anelli, pouch, fascia lunga (sia essa morbida o rigida).

La posizione sul fianco che si basa sullo scambio “dialogico” tra chi porta e chi è portato e permette non solo un contatto visivo reciproco ottimale, ma anche di guardare insieme dalla stessa parte.

Il bambino è portato, anche in questo caso, “alto”: il suo sederino poggia sul fianco di chi porta e quindi la testolina arriva all’altezza della spalla. La schiena del piccolo è sorretta al massimo fino alle sue spalle, dal telo della fascia che lo avvolge. Per questo motivo è consigliabile usarla solo quando il bambino dimostra un buon controllo posturale del capo e della schiena.

Il peso del piccolo è scaricato in due punti sul fianco di chi porta e sulla spalla opposta. Il braccio dell’adulto, corrispondente al fianco sul quale poggia il bambino, non può godere della massima libertà  proprio per la presenza su quel lato del corpo del corpo del piccolo.

E’ una legatura facile e veloce da fare, molto pratica, quindi apprezzata soprattutto in tutte quelle occasioni durante le quali occorre “entrare e uscire” dalla fascia di frequente. Per via del suo scarico del peso non ottimale, invece, può essere considerata poco funzionale da chi cerca un modo comodo di stare insieme, poiché questa posizione è difficile da tenere per lungo tempo soprattutto da parte di chi porta.

A livello culturale anche questa posizione risulta essere molto legata alla nostra cultura (anche se questa modalità  è rintracciabile anche in altre comunità  culturali): risponde al bisogno sia dei grandi che dei piccoli di trovare una modalità  di transizione dal portare “pancia a pancia” al portare “sulla schiena”. Per chi porta il contatto fisico è meno intenso che nel primo caso, ma il contatto visivo è ancora assicurato. Per chi è portato questa condizione asseconda bene i movimenti della crescita e il desiderio di progressiva autonomia e di scoperta.

Le coliche del neonato…

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“Le coliche sono state attribuite al dolore, all’ansia, all’immaturità  e al carattere. Tuttavia, anche se ognuno di questi è un pezzo del puzzle, le coliche possono essere spiegate solo considerando tutti i pezzi insieme. Solo così, infatti, risulta chiaro che le varie teorie popolari hanno in comune un elemento finora ignorato: il concetto del quarto trimestre mancante.

Questa esperienza del quarto trimestre tranquillizza i neonati non perché sono viziati, né perché li inganna, facendo loro credere di essere “tornati a casa”, ma perché attiva una potente risposta nel loro cervello che li induce a smettere di piangere: il riflesso della calma.”

Magico Sonno, Harvey Karp

Varie teorie accompagnano la comparsa delle coliche nel neonato (si pensa spesso che siano causate da intolleranze ai latticini, dall’ansia materna, dal fumo in gravidanza…). Nessuna teoria è però in grado di spiegare come bloccare l’insorgere, in alcuni lattanti, delle famose crisi di pianto.

Da subito il genitore di un piccolino che a poche settimane di vita soffre di crisi di pianto abituali si sente chiamato in causa: la mamma elimina i latticini e un numero imprecisato di cibi che potrebbero dare intolleranze o aria nel pancino, compra tisane e gocce che pensa possano risolvere il problema. Nulla però sembra mai funzionare in maniera reale ed efficace, fino a che, intorno ai 3 mesi, le coliche magicamente, come sono arrivate, se ne vanno.

Non tutti i bambini però soffrono di coliche. Perché? Alcuni bambini hanno un carattere più irritabile di altri, e quello che ad un neonato può infastidire ad un altro può non fare alcun effetto. E così la digestione e il normale funzionamento dell’intestino, può mettere alcuni bambini in difficoltà  ed è causa di pianto sconsolato.

La teoria che ci sembra più valida è che le coliche siano una normale espressione dell’adattamento alla vita extrauterina. Adattamento reso difficoltoso dai numerosi stimoli cui il bambino viene normalmente sottoposto nel periodo dopo la nascita, e che non è ancora in grado di assimilare ed elaborare.

Nel mondo ci sono alcuni popoli che non conoscono le coliche: in queste popolazioni i bambini non vengono posati a terra per tutti i primi mesi (o anni) di vita. Accanto alla mamma c’è sempre qualcuno pronto a sostenerla ed aiutarla nella cura del bebè. I bambini sono protetti da stimoli eccessivi e accompagnati gradualmente al contatto con la società  che li circonda. (Così calmo il mio bambino, Christine Rankl)

Nella nostra società  non è sicuramente pensabile che avvenga qualcosa di simile, le mamme spesso sono sole per la maggior parte della giornata ed è normale che il bambino passi del tempo nella culla o in altri luoghi pensati per lui, anche dove il portare in fascia è una pratica consolidata e usata nella quotidianità .

E allora, cosa fare se un bambino ha le coliche? Come poter agire per alleviare questo disturbo? Innanzitutto, è importante accogliere il pianto del bambino e cercare, per quanto possibile, di non agitarsi, tenere il bambino tra le braccia consolandolo con movimenti del corpo dolci (dondolii) e con la voce pacata, magari cantando una canzoncina familiare al bambino, che lo possa calmare.

Tenere il bambino all’interno di una fascia portabebè che lo faccia sentire contenuto, protetto ed accolto dal corpo del genitore è sicuramente un modo per favorirne il benessere, è stato infatti dimostrato da una ricerca che i bambini portati piangono meno.

Per “curare” le coliche del neonato non servono quindi medicinali o particolari tecniche, bastano le braccia e il corpo del genitore che contengono, tranquillizzano e fanno sentire accolto e protetto il bambino.

Cosi’ calmo il mio bambino

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Cosi' calmo il mio bambino

A tutte le mamme piacerebbe dirlo…

Alcune sono più fortunate di altre, altre hanno bambini più agitati e più inclini al pianto.

Non è però solamente questione di fortuna. Alcuni neonati vivono i loro primi mesi in uno stato beato di serinità  e appagamento, regalando sorrisi e facendosi delle grandi dormite. Altri sono “come una barchetta a remi in mezzo all’oceano…un minimo di vento può sconvolgere la loro pace instabile”. Tutti hanno consigli e ricette e i genitori dei bambini più agitati rischiano di esserne travolti.

Christine Rankl nel suo ultimo libro analizza con cura e precisione differenti metodi e teorie e può essere un’ ottima bussola per i genitori.

Ciò che non ci stancheremo mai di ripetere è che il pianto è un segnale comunicativo, il più incisivo e significativo  che la natura ha donato ai neonati. Ignorarlo non può essere considerato un metodo per affrontarlo. Mai!

Cosi’ calmo il mio bambino

 

 

…e se lo vizio?

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abbraccio_papàSempre la solita domanda:  portando il bambino in fascia si vizia?  tenendolo sempre a contatto si trasforma in un mammone-cozza?

In tanti rispondono…ma vi lasciamo con questa riflessione, ideale nel periodo caldo.

“Immaginate di avere sete. Qualche volta vi viene dato un bicchiere d’acqua, qualche volta no. La vostra sete non è soddisfatta. L’unica cosa che sapete è che è sempre qualcun altro che decide se darvi o no un bicchiere d’acqua. Diventate sempre più nervosi e frustrati. Cominciate quindi a chiedere dell’acqua continuamente, anche quando non avete sete, perchè non siete sicuri che, quando avrete sete, vi sarà data dell’acqua.Diventate insicuri quando non avete acqua a disposizione e così preoccupati di non aver abbastanza acqua da divenire incapaci di pensare ad altro. Diventate dipendenti dalla fonte, che non abbandonate per poterne chiedere in continuazione.

Adesso immagina lo scenario opposto. Sei assetato e ti viene subito dato da bere in modo da placare la tua sete. Sei soddisfatto e puoi continuare a fare ciò che stavi facendo senza preoccupazioni. Ti rassicura sapere che l’acqua è sempre disponibile e che puoi prenderla ogni volta che vuoi. Con questa sicurezza alle volte addirittura te ne dimentichi. Senza pensieri, puoi dedicarti anima e corpo ad altre attività. Puoi esplorare, crescere…addirittura allontanarti dalla fonte.

Ora trasporta questo questo scenario sul tuo piccolo e sul suo bisogno di contatto fisico. E’ evidente che rispondere immediatamente al bisogno del vostro bimbo non lo renderà dipendente…

 

da Istruzioni per l’Uso – BBSlen Babylonia.

Cuore a cuore: in fascia posizione pancia a pancia

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Fascia posizione pancia a pancia

La nostra pancia è un luogo intimo del nostro corpo: lo proteggiamo e lasciamo che la tocchino solo persone con le quali siamo in intimità .
La pancia è un luogo che le donne riscoprono e scoprono in modo davvero unico e diverso durante la gravidanza. Tutta la magia, in questo periodo, avviene lì.
Il gesto istintivo, in seguito, con un neonato, è quello di portarlo a sé, di stringerlo a sé. E la magia si ricompie: il piccolo se lasciato pancia a pancia con la propria mamma di solito si rasserena e si calma.

In fascia posizione pancia a pancia: senso e significati

La posizione pancia a pancia è una delle tre posizioni base del babywearing, ovvero del portare il piccolo con dei supporti. E’ una posizione che si basa su un’intesa comunicazione corporea reciproca tra chi porta e chi è portato e per questo motivo risulta essere molto apprezzata.
La mamma e il piccolo riescono in parte a rivivere alcune condizioni della vita uterina, cosa che spesso piace ad entrambi e rassicura. Inoltre, è molto gradita anche dai papà , che sperimentano in modo inedito sensazioni ed esperienze molto forti con i loro piccoli, che consentono loro di conoscersi in un modo speciale.
Però, proprio per gli stessi motivi di forte coinvolgimento e di intimità , questa posizione potrebbe essere invece vissuta in modo poco piacevole sia da adulti che da piccoli che faticano a stare in legami e situazioni molto coinvolgenti.

La posizione pancia a pancia, inoltre, permette un contatto visivo reciproco ottimale. Questo è un modo di portare che nasce con l’introduzione del portare, come pratica di cura, in società  come la nostra, dove questa pratica si era persa. Infatti, in altre parti del mondo anche bambini molto piccoli vengono portati sul fianco o sulla schiena.

Si può portare in questa posizione con diversi supporti di tipo ergonomico: fasce lunghe, mei tai, marsupi ergonomici.
Al di là  del supporto scelto, il bambino deve essere portato, “alto”, con il sederino nella zona dell’ombelico di chi porta, e quindi la testolina ad altezza “di bacio”. Il supporto scelto deve permettere di scaricare il peso in modo ottimale sul corpo di chi porta. Questa posizione con un neonato si realizza al meglio con una fascia lunga di buona qualità .

Il bambino può essere portato in questa posizione dalla nascita, con la consapevolezza che la fascia è e rimane sempre un surrogato delle braccia materne: quindi, se possiamo goderci tra le braccia il nostro piccolo, meglio ancora!

Non c’è un termine preciso , raggiunto il quale occorre abbandonare questa posizione; spesso però o il piccolo, o chi porta, iniziano a voler sperimentare anche altre posizioni. Questo è un passaggio abbastanza fisiologico a livello relazionale, proprio perchè, per via dei significati legati a questo modo di portare, è una posizione molto connessa al desiderio di vivere la simbiosi, e questo desiderio lascia ad un certo punto lo spazio ad altri.
L’unica cosa certa è che rimarrà  per il vostro piccolo un’esperienza unica, un dono, che magari, in alcune circostanze particolari (malessere, tristezza, stanchezza) vi chiederà  di poter rivivere anche già  grandino!

Foto © Mammarsupio

Calmare un neonato

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Appena usciti dalla pancia della mamma i neonati hanno bisogno di ritrovare alcune sicurezze..di trovare una continuità  con l’ambiente appena lasciato.. Non è semplice perchè l’utero della mamma è quasi “il contrario” di ciò che lo aspetta fuori. Una delle cose che tranquillizzano i piccolissimi è la possibilità  di avere sempre dei confini attorno sè, proprio come nell’utero ogni volta che muovevano una gamba o allungavano un braccio toccavano la parete dell’utero.

Un’accortezza semplice ed economica che possiamo avere per creare un ambiente accogliente per il neonato e nel quale non si senta sperso è farlo dormire in un ambiente piccolo, cosicchè lui muovendosi riesca con mani e piedi a toccare tutti i confini. A volte anche le culle pur essendo splendide sono grandi e i neonatini sembrano “nuotarci” dentro.

Che fare? Semplicemente prendere degli asciugamani arrotolarli facendo dei salsicciotti che disporremo nella culla come a comporre un nido delle giuste dimensioni. Se non vi piacciono esteticamente potete anche metterli sotto il lenzuolino.

Un altra cosa furba, poco dispendiosa e che funziona è avvolgere i neonati in un telino di cotone da Swaddle prima di adagiarli nella culla.

Vedrete che il vostro piccolo starà  nella culla più sereno e piangerà di meno.

Dal latte al cheeseburger

immagine-7.png Dal latte al cheeseburger
Sara
, mi ha fatto notare la grande discussione di ieri sui giornali inglesi: togliere i fast-food da vicino alle scuole, ma che bell’idea!

…e allora perchè non togliamo anche le edicole, così i ragazzini non comprano più certi giornalacci? …e perchè non eliminamo anche le strade così non rischiano di venire investiti da pirati della strada?

Stiamo esagerando, va bene, ma la soluzione è altrove. Tante sono le riflessioni che nascono attorno a questo tema: insegnare in famiglia a godere del buon cibo, del gusto di condividere un pranzo preparato con amore e consumato con calma. Capire il perchè i ragazzini sentono il bisogno di consumare certe cose in determinati ambienti non solo per sentirsi parte del loro gruppo (plausibilissimo) ma anche per sentirsi “consumatori globalmente coccolati”, sanno di essere un target studiato per essere “spennato” ma forse sono addirittura lusingati da tanta attenzione. Se forse i genitori prestassero loro più attenzione, che vuol dire non più cose o più direttive ma più relazione forse non la cercherebbero altrove.

Questo post era nato con l’intenzione di parlare di svezzamento ma si sa, come i figli, sai come nascono ma non come crescono….

Nasce una mamma…

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La gravidanza sembra un periodo interminabile..appena scopri di essere incinta e corri avanti di nove mesi ti vedi in un’altra stagione, con altri vestiti…e ti sembra di aver davanti una distesa di giorni a perdita d’occhio…

Poi quando comincia a vedersi la pancia…pian pianino sembra che il tempo accelleri…e che non si fermi più, fino agli ultimi 20 giorni che gocciolano con una lentezza mortale.

Non per tutte è così, immagino che possa essere anche il contrario.

Ciò che di comune vedo è la preoccupazione di tante neo-pance di continuare a vivere correndo e fischiettando come se nulla fosse, facendo finta di niente, lavorando con gli stessi ritmi, celando i piccoli disturbi per sentirsi dire con orgoglio “…ma come ti trovo bene..non sembri nemmeno incinta!”

Non va bene, e lo dico prima di tutto a me stessa. La gravidanza non bisogna superarla bisogna viverla! La natura ha pensato ad un periodo di attesa tanto lungo  perchè le cellule si trasformino in bambino …ma anche perchè una donna si trasformi in mamma. Questa secondo trasformazione la diamo per scontata un giorno con l’altro, ma non è così.

Il nostro fisico fa, dentro di sè il posto perchè il bimbo cresca ma noi dobbiamo lasciare posto anche nel nostro essere perchè una mamma cresca…e sia pronta, dopo nove mesi, ad accogliere una nuova vita. Questo vuol dire per esempio diminuire gli impegni, rallentare, darsi il tempo per pensare e magari scrivere al nostro futuro bambino.

Anche per Winnicott “questo provvidenziale periodo di nove mesi in cui c’è tempo per un graduale cambiamento nella donna che passa da un tipo di egocentrismo ad un altro” ... la donna non deve fare grandi cose per prepararsi, basta che non opponga resistenza e accetti che anche il diventare mamma è un percorso e non è un salto.

…e lasciando fare alla natura non è mai un salto nel vuoto!

Dai dai dai…dagli una spinta. Vedrai che ce la fai! Basta un corso pre parto

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Immagine 3cosa devono raccontarti in 12 lezioni?? 36 ore per spiegarti come partorire??

Chiede il futuro papà  ad una futura mamma che sta consultando il volantino del corso pre-parto.

Già  è difficile capirci qualcosa, arrivare ad avere le informazioni giuste, districarsi nel marasma delle offerte dei servizi privati e cogliere le dritte indispensabili per riuscire ad iscriversi ad un corso convenzionato…figuriamoci se ci mettiamo pure del sano scetticismo.

Il corso preparto non è obbligatoro, per migliaia di anni abbiamo partorito senza. C’era però una vicinanza maggiore con il mondo neonatale. Qualunque ragazzina aveva curato cugini, fratelli o vicini di casa, sentito parlare le donne di famiglia del loro parto…o magari addiritture aver avuto la “fortuna” di averle assistire durante il travaglio in casa.

Oggi molte donne, il 36 %,  arrivano al  proprio parto senza aver mai avuto un neonato tra le braccia.

Importante quindi la parte conoscitiva, diciamo più di contenuto.

Ma ciò non basta, se no basterebbe un buon libro.

Pensate al corso pre parto come uno spazio di relax, di coccole e anche di preparazione che dedicate a voi stesse e al nascituro.  Un buon corso dovrebbe approfondire più aspetti, dare ampio spazio  non solo al parto in sè ma anche al dopo: il parto dura uno o due giorno….ma i primi mesi con il neonato sono molto più lunghi e pieni di dubbi! E’ bene che si alternino più figure specializzate, dall’osetrica alla puericultrice, dalla psicologa alla pedagogista. Non è tempo buttato quello speso per cercare la realtà  che  più vi calza.

Il tempo passato al corso deve essere piacevole e rilassante. Andate a conoscere prima chi terrà  il corso, fate tutte le domande che vi sorgono e sentite “a pelle” se vi piace.

Ultima cosa, non meno importante da considerare, è la distanza da casa. Durante il corso conoscerete molte mamme nella vostra situazione e che condivideranno con voi i passi dei primi mesi. E’ molto bello potersi frequentare prima e dopo il parto, anche al di là  del corso. Se ora siete disponibili ad attraversare mezza città  per seguire il corso che più vi piace…magari con un neonatino in pieno inverno vi sarà  più difficile. ( ma non con la fascia lunga!  😉 )

Diritti dei bambini: una scommessa ancora tutta da vincere

Diritti dei bambini nel mondo: il 2014 “annus horribilis”

Ultimamente si parla spesso dei diritti dei bambini.
Dai discorsi che ne escono sembra che questi diritti siano affare di un’altra parte del mondo, che la questione sia calda e cruciale per bambini che vivono altrove. Un altrove dove anche i più basilari diritti, come quello alla vita, non sia possibile e non sia rispettato.

Questa immagine è parzialmente vera e l’attenzione sul tema dei diritti dell’infanzia è sicuramente molto alta in questi mesi perchè questo 2014, anno che sta per concludersi, è stato definito, non a caso, “annus horribilis” per l’infanzia da un osservatore d’eccezione come Anthony Lake , il direttore dell’UNICEF.

Questa notizia, riportata su molti giornali negli scorsi giorni, ha probabilmente fatto scorre dentro di noi, come in un film, immagini di posti e contesti completamente altri, di scene di guerra, di sofferenza, di estrema povertà , molto distanti dalle nostre case e soprattutto dai “nostri bambini”.
Noi viviamo in una parte del mondo diversa, dove molti dei diritti negati in quei luoghi sono ormai quasi considerati scontati. Certo, la crisi economica sicuramente ha incrinato la fiducia nel futuro di molte famiglie, per le quali anche la quotidianità  e diventata faticosa e meno ovvia, ma dove ancora la vita è possibile e, soprattutto, non è a rischio costante.

Questa contrapposizione ci fa sembrare la questione dei diritti dei bambini come un orizzonte già  conquistato, già  realtà  per molti dei nostri piccoli.
Eppure, se in parte questa cosa è vera, anche da noi, la questione dei diritti dei bambini è una questione ancora aperta e calda e non solo perchè anche qui alcuni bambini vivono in condizioni di estrema marginalità  e in contesti non adatti all’infanzia.
La questione dei diritti si pone come cruciale perchè non tutti i diritti enunciati dalla Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia sono realtà  per tutti i bambini, anche per “i nostri” bambini.

 Diritto all’integrità  fisica: le campagne contro sculacciate e sberle

Un esempio forte, su questa linea di pensiero, è l’impegno che negli ultimi anni hanno condiviso sia la società  civile, sia altre istituzioni, per sensibilizzare l’opinione pubblica a eliminare le punizioni corporali e ad adottare un modo di relazionarsi con i piccoli più rispettoso e dignitoso.

Negli ultimi anni, infatti, si sono susseguite diverse campagne in questo senso che cercano di aiutare i genitori e chi si occupa dei piccoli a scardinare queste abitudini, centrando l’attenzione in particolare sul fatto che anche una sculacciata o una sberla sono punizioni da evitare e proponendo modalità  alternative di relazione ed educazione

Tra queste in particolare segnaliamo il testo prodotto dal Consiglio d’Europa su questo argomento rivolto ai genitori, e la campagna ” A mani ferme” promossa da Save The Children.
La questione delle punizioni fisiche, anche se spesso minimizzata dalle famiglie, rimane una questione ancora molto forte, sulla quale come genitori occorre davvero vigilare.

Il nodo centrale della questione è che spesso, quando arriviamo al limite, noi genitori eccediamo e riutilizziamo lo schema della punizione – schiaffo – sculacciata, perchè è quello che a nostra volta, da bambini, abbiamo sperimentato e subito.
Occorre quindi una grande consapevolezza in merito, per rompere lo schema e cercare di proporre ai nostri piccoli modelli educativi diversi.
L’impegno a tutelare questo diritto è quindi ancora molto attuale e coinvolge tutti.

Diritto ad essere bambini: la vera sfida con e per i nostri figli

Ma esistono altri diritti negati a moltissimi bambini.
Sono diritti spesso neanche riconosciuti, perchè la loro negazione non è quasi mai plateale, né assume i contorni di un gesto all’apparenza violenta.

La società  in cui viviamo è molto ambivalente rispetto ai piccoli, e spesso lo siamo anche noi genitori ed educatori.
La maggior parte delle gravidanze iniziano per esplicito desiderio della futura mamma e del futuro papà . I bambini che nascono sono sempre più desiderati, cercati, perfino programmati. Non sono ancora nati e hanno già  tutto … si cerca di predisporre tutto e di più per accoglierli e questa cosa continua nella crescita.

“Il bambino ha tutto: cibo, vestiti, alimentazione, genitori, nonni, videogiochi”, scrive Daniele Novara nell’introduzione ad Alice nel paese dei diritti, ” ma gli manca purtroppo l’essenziale: giocare, muoversi, correre, toccare, sporcarsi, litigare con i compagni, sbucciarsi le ginocchia”.

I nostri bambini hanno davvero tutto e spesso troppo.
Le camerette sono zeppe di oggetti inutili e spesso costosi, hanno la possibilità  di partecipare ai laboratori più diversi e ai corsi più esclusivi sin dai primi mesi di vita, hanno la possibilità  di sviluppare al meglio le loro potenzialità  e le nostre attese di genitori, ….
Hanno tutto e hanno, sin da piccolissimi, una vita scandita da orari ed impegni serrati; tutto offerto loro in nome del futuro e del “ti servirà  da grande!”. Hanno tutto e fanno tutto, ma in questi ritmi non ci sta più il gioco, la possibilità  di muoversi, di correre, di sperimentarsi, di sbucciarsi le ginocchia, di rialzarsi e anche di annoiarsi un po’.

Ecco, quindi, una nuova grande sfida per noi genitori, da giocarci con e per i nostri figli: la sfida di garantire loro il diritto di essere e di vivere da bambini!
Perchè tutelare questo diritto è il più gran regalo che si può offrire loro, non solo nel presente, ma per anche per il futuro, perchè un’infanzia serena permetterà  è la base per le persone che saranno e che diventeranno.

Foto 1 © 13/Flying Colours/Ocean/Corbis
Foto 2 © DiMaggio/Kalish/CORBIS
Foto 3 © 145/Steven Errico/Ocean/Corbis