Bambini prematuri e fascia porta bebè

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I prematuri: bambini nati sotto una luna diversa

Le mamme in gravidanza vivono il tempo dell’attesa.
Si imparano a contare le settimane di gestazione, si vive il loro scorrere lento e soprattutto si impara a familiarizzare con la luna. Già ogni nascita è legata ad una luna, ogni piccolo ha la sua luna, quella che spunta in cielo quaranta settimane circa dopo il suo concepimento.
Questo accade anche per i bambini prematuri, ma la luna che li accoglie non è quella che ci si aspettava, perchè loro nascono sotto una luna diversa, una luna non loro.

Si definiscono prematuri i bambini nati prima della 38esima settimana di gestazione.
Nel mondo, e anche qui in Italia, un nato su 10 è prematuro. Il che vuol dire che moltissimi bambini nascono sotto una luna non loro.

Prematurità significa per i bambini essere sottoposti a cure intensive necessarie per la loro sopravvivenza, essere allontanati dalla mamma precocissimamente, vivere alcune settimane (i gravi prematuri vivono anche dei mesi) nelle condizioni particolarissime dei reparti ospedalieri di Terapia Intensiva Neonatale.

Prematurità per i genitori significa preoccupazione e ansia per la salute e la sopravvivenza del proprio piccolino, distacco precoce, iniziare ad essere genitori in un ambiente così particolare come un reparto ospedaliero di cure intensive.

La prematurità lascia dei segni indelebili nelle famiglie che la vivono: segni sul e nel corpo del piccolino, segni nell’umore della mamma e del papà, segni nella loro relazione.
I reparti di Terapia Intensiva Neonatale più all’avanguardia conoscono bene questa realtà e sanno che prendersi cura di questi piccoli guerrieri non è solo questione di corpo, di funzionalità dei vari sistemi e dei vari apparati. La cura, la care neonatale,  è fatta di procedure mediche all’avanguardia e accoglienza della famiglia. Perchè si sa che le migliori condizioni di cura non le crea l’equipe ospedaliera, ma si creano alla presenza e con la vicinanza della mamma e del papà.

La marsupio terapia

Una delle pratiche di cura adottate ormai da anni in molti presidi ospedalieri anche italiani è la Marsupio Terapia, detta anche Kangaroo Mother Care (KMC).
Non appena le condizioni generali del piccolo lo consentono, i genitori, in particolare la mamma, sono invitati dagli infermieri e dai medici a stare con il loro piccolino, per tempi prolungati, pelle a pelle con lui.

Il piccolo prematuro viene tolto dalla cullina termica e adagiato sul petto nudo della mamma.
Questa è l’essenza della Marsupio Terapia: un’idea semplicissima, pochissime cose necessarie per la sua realizzazione, eppure di straordinario impatto positivo sulle condizioni del piccolino. Il cuore e i polmoni funzionano meglio e se proprio si registrano delle crisi è più facile per il piccolo recuperare perchè a contatto con la sua mamma. Il piccolo, sul corpo rilassato del genitore, dorme meglio e questo significa una migliore crescita.

Inoltre, con questo semplicissimo gesto si permette alla mamma e al papà di viversi genitori di quel piccolo esserino, di iniziare a intessere con lui, nonostante lo stop iniziale, una relazione intensa e profonda.

Bimbi prematuri e fascia porta bebè

Partendo da queste evidenze scientificamente è possibile affermare che portare un piccolo nato prematuro non è solo una buona abitudine genitoriale, ma una buonissima pratica a sostegno della sua salute.
Tutto questo, noi della cooperativa Focus, lo abbiamo sperimentato e lo continuiamo a sperimentare grazie al progetto Un abbraccio che fa crescere, a sostegno della genitorialità della famiglie che vivono una nascita prematura.

Si può usare la fascia porta bebè direttamente in reparto, durante la degenza del piccolo in T.I.N. o SubT.I.N., sia a sostegno della Marsupio Terapia sia in continuità con essa. Questo però deve essere una scelta precisa del reparto e della sua equipe.

Prematuri e fascia porta bebe - UnAbbraccioCheFaCrescere

Se ciò non è possibile, l’importante per i genitori  è vivere il maggior numero di momenti con il proprio piccolino a stretto contato sia nel periodo in cui viene proposta la Kangaroo, sia dopo, nella fase di pre-dimisisone.
Contatto, coccole, voce, suoni, sussurri, odori, tocco leggero e presenza. questi sono gli ingredienti necessari. Con la fascia si può prendere dimestichezza una volta dimessi, a casa.
Portare un piccolino nato prematuramente è un’esperienza intensissima, che va a sanare molti dei segni indelebili che la prematurità lascia.  E’ un gesto di cura profondo, segno di attenzione e rispetto nei suoi confronti, sia nei primi mesi, che, poi, nei primi anni di vita.

Inizialmente, l’ideale è portare i prematuri con una fascia lunga morbida.  La morbidezza del tessuto è da preferirsi anche perchè offre al piccolo un ambiente più rispettoso. Questo tipo di fascia, confortevole e coccolosa, infatti accoglie al meglio il piccolo corpicino del bambino che, sebbene sia cresciuto, può essere più piccolo e più fragile rispetto a quello di un bambino nato a termine.
Unica eccezione, per la quale è più opportuno usare una fascia rigida, è nel caso in cui il piccolo prematuro soffra di ipotonia.

In seguito, man mano che il bambino cresce, se l’esperienza del babywearing risulta positiva, si possono, se lo si desidera, sperimentare anche altri tipi di supporti (fascia lunga rigida, mei tai, marsupio ergonomico).

Foto © Mammarsupio e Coop. Focus

Portare in estate: babywearing sotto il sole

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E’ ormai usuale che quando il termometro inizia a ballare attorno al 30, sui social e on line, si scatenino mamme alla ricerca della soluzione per continuare a portare il loro piccolino nonostante il caldo estivo.
C’è chi è alla ricerca della “fascia fresca” o addirittura della fascia “più fresca”. Altri invece cercano informazioni su quale legatura faccia meno sudare. Ed, infine, c’è anche chi cerca un consiglio su come sopravvivere contemporaneamente al piccolo, al sudore e alle piccole e grandi imprese quotidiane.

Portare in estate: qualche consiglio

Ma è così impossibile portare in estate?
Ecco alcuni consigli utili per affrontare la questione a mente lucida.

  • D’estate fa caldo. D’estate si suda.
    Ovvietà? Direi di no, viste le preoccupazioni di molti genitori legate all’innalzamento delle temperature.
    Il caldo, alle nostre latitudini, è legato all’estate, fa parte della ciclicità stagionale. E il caldo, o meglio l’innalzamento della temperatura esterna, nell’uomo provoca la sudorazione.
    Nonostante tutti i messaggi pubblicitari che ci bombardano sui deodoranti e profumi, il sudore è una cosa buona per il nostro corpo perchè permette la termoregolazione. Ed è una cosa buona anche per i bambini, che nascono con un corpo già in grado di termoregolarsi, anche attraverso il sudore.
    Quindi, la prima cosa saggia da fare come mamme e non solo è fare pace con questo aspetto del nostro corpo quando fa caldo e accettare di buon grado di sudare e rinfrescasi quando serve con una doccia o un bagno.
  • Buonsenso e sol leone.
    Spesso sembra che il buonsenso evapori con il sole, altrimenti non si spiegherebbero alcune domande e alcune preoccupazioni. Come per ogni altra cosa da fare o da vivere con il piccolo, anche per il portare in estate valgono delle semplici precauzioni.
    Cercate di uscire con il bambino non nelle ore più calde della giornata, ma preferite la prima mattina o la tarda serata. Mettete della crema solare protettiva se pensate di stare fuori a lungo sulle gambine del piccolo e sulle altre parti scoperte e coprite la vostra testa e la sua con un cappellino.
    Ricordate inoltre di bere tanto e di far bere anche i bambini. Se il vostro piccolo fosse allattato in modo esclusivo al seno non serve dargli dell’acqua, ma permettetegli le poppate brevi e frequenti che vi richiede. E’ il suo modo di “bere” e di approvvigionarsi di zuccheri.
  • La fascia fresca non esiste e non esiste neanche quella ventilata.
    Quindi a poco vale la ricerca del supporto o della legatura perfetta per l’estate.
    La fascia lunga è il supporto più versatile e permette diverse legature.
    Sempre, ma soprattutto in estate, sono molto apprezzabili le caratteristiche delle fibre naturali, in particolare cotone o lino. Stanno riscuotendo un successo apprezzabile anche fasce fatte con filati tecnici sintetici, studiati apposta per migliorare la traspirabilità, come la fascia Cool di Babylonia. Se si sceglie una fascia “rigida” si possono fare delle legature che non necessariamente richiedono il triplo sostegno e possono risultare leggermente più fresche.
    Alcuni genitori in estate prediligono la semplicità e la minore lunghezza della fascia ad anelli, anche se lo scarico su una sola spalla la rende ottimale solo per brevi tragitti.
    Altri invece preferiscono il mei tai alle fasce, considerato più pratico per i bambini dai 5/6 mesi in su, e perchè, essendo meno avvolgente, dà l’idea di essere meno caldo.
    Anche da questa veloce panoramica capite che comunque, se siete alla ricerca di un supporto fresco o di una legatura leggera, le differenze tra le une e le altre sono davvero molto minime: alle volte non serve un supporto nuovo, ma solo cambiare di poco la prospettiva.
  • Meno strati, più confort.
    Anche nel portare in estate, con il caldo, vale la regola che, se si è accaldati, è una buona cosa svestirsi.
    Ecco tre diverse strategie adottate dalle mamme.
    Le mamme “minimal”: canotta lei o addirittura solo reggiseno e pannolino per il piccolo. In questo modo si beneficia molto del contatto pelle a pelle, ma non a tutti piace o non sempre è praticabile.
    Le mamme “solo sotto” che eliminano ogni altro vestito o strato al piccolo e loro si concedono al massimo la canotta.
    Le mamme “solo sopra” che, al contrario eliminano al piccolo il body e sopra il pannolino gli fanno indossare un pagliaccetto.
    Qualunque sia la vostra strategia, ricordatevi che con il caldo si porta con abiti leggeri ed è sempre consigliato portare un cambio pulito per il piccolo ed eventualmente per chi lo porta se gli abiti di entrambi dovessero essere troppo sudati.

E se tutte queste argomentazioni non sono sufficienti pensate anche che per il piccolo non ci sono alternative diverse e più confortevoli. Infatti, ovetti, passeggini e cullette non sono spazi freschi ed areati, anzi spesso il bimbo suda parecchio in essi. Allora meglio stare addosso alla mamme, dove il disagio del caldo è in parte compensato dalla sua vicinanza e dalle sue coccole.

Foto © Mammarsupio

“Babywearing perchè?”: 12 buoni motivi per portare il proprio bambino

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Il babywearing, sebbene sia sempre più diffuso, desta alle volte qualche sguardo indiscreto e qualche perplessità.
In qualche circostanza ci si trova, come genitori che portano i propri piccoli, a dove motivare il perchè si sceglie di legarsi addosso i piccoletti e affrontare così la giornata e la vita insieme a loro.

Abbiamo raccolto negli anni, grazie al confronto con molti genitori, questi 12 buoni motivi per portare i piccoli.
Ve li regaliamo, credendo possano essere dei validi spunti per sostenere le vostre argomentazioni!

“Babywearing perchè?”: dal punto di vista del bambino

  • I neonati nella fascia ritrovano un ambiente simile al ventre materno, caldo, contenuto, con rumori e odori simili. Ciò li aiuta a superare lo shok della nascita. Per i piccolissimi l’ambiente ideale non è certo l’immobilità  e il silenzio della culla in una stanza buia. I neonati apprezzano il rumore e il movimento.
  • I neonati nella fascia sono più rilassati, quindi anche una volta appoggiati nella culla dormono più a lungo e piangono meno.
    Una ricerca scientifica diretta da A. Hunziker e R.Barr, pubblicata su Pediatrics 1986, 77 ha provato che i neonati portati nella fascia piangono il 43% in meno dei loro coetanei durante il giorno e il 51% in meno durante le ore serali!!
  • I piccoli portati  soffrono meno di coliche.
    E’ ormai risaputo che le cosiddettte coliche del neonato sono raramente da associarsi a dei disturbi intestinale. Spesso i piccoli hanno solo bisogno di contatto e stare un po’ nella fascia li aiuta. Inoltre la posizione verticale fin da piccoli li tiene “pancia contro pancia” con l’adulto e questo riduce anche eventuali mal di pancia grazie alla pressione e al tepore.
  • I bimbi portati vivono una stimolazione più naturale e continua, quando sono svegli non si annoiano perchè sentono, vedono e “provano” cinesteticamente tutto quello che l’adulto fa.
  • I bimbi nella fascia e negli altri supporti per portare non sono all’altezza dei tubi di scappamento delle automobili.

“Babywearing perchè?”:  dal punto di vista dei genitori

  • La mamma portando si “stacca” lentamente dal suo piccolo, perchè anche lei vive un distacco brusco durante il parto. E’ stato sperimentato che tenere addosso il neonato diminuisce la probabilità  di soffrire di depressione post parto.
  • La mamma con la fascia è più libera di muoversi, di fare ciò che deve in casa e fuori. Ha le mani libere e la sicurezza necessaria per fare qualsiasi movimento.

Babywearing visto dalla mamma e dal papà

  • Il papà, portando il suo piccolino, vive delle sensazioni splendide, che solitamente prova solamente una mamma che porta il suo bimbo per 9 mesi addosso..chiedetelo ad un papà  che porta in una fascia un neonatino addormentato…

E per finire, si porta perchè….

  • Il babywearing è comodo!
    Con un buon supporto il peso del bambino viene scaricato non solo su entrambe le spalle ma anche in vita e di conseguenza sulle gambe.
  • Il babywearing è pratico!
    Andare dove si vuole con un bambino, piccolissimo o grande che sia, estate o inverno, in montagna sulla schiena, al mercato senza ingombro, sui mezzi senza stress, al supermercato senza timore dell’aria condizionata, in casa mentre fai i mestieri..Babywearing in città: Mammarsupio e Illustra Bene
  • Il babywearing è economico!
    Una buona fascia o un buon supporto per portare è l’unico “mezzo di trasporto” che puoi usare dal primo giorno fino ai tre anni circa.
  • Infine, il babywearing è un modo per stare insieme con i piccoli  sostenuto dalla Leache League International,  dall’Associazione Italiana Massaggio Infantile e da moltissimi operatori del settore materno infantile.

Photo© Mammarsupio e www.illustrabene.com

Il babywearing e il tempo: portare il giusto, portare troppo poco o portare troppo

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Il babywearing e il tempo: quanto portare?

La questione del tempo si affaccia sin da subito nell’approccio al babywearing.
Spesso le mamme in gravidanza o con i piccolissimi si chiedono per quanto tempo al giorno si possa o si debba portare. Inoltre, soprattutto pensando al singolo supporto, ci si chiede quanto a lungo nella vita del nostro piccolino lo si possa portare.
Sono domande che rinviano a dubbi e, alle volte, timori, rispetto alla salute del bambino e alla sua crescita. Proprio per questa ragione sono domande tutt’altro che scontate o secondarie, alle quali occorre offrire una risposta che vada a toccare le questioni profonde legate ad esse e non si limiti ad una prescrizione generale e generalista.

Ritornare al senso del babywearing

Riflettendo con i genitori sulle piccole e grandi domande legate al loro ruolo, siamo solite affrontare la singola questione inquadrandola in un orizzonte di senso più ampio. Così è per i temi e le questioni legate al babywearing, e quindi, anche per questa relativa alla dimensione del tempo.

Una risposta che non risulti solamente prescrittiva, nasce dal riconsiderare e riflettere sul senso di questa pratica di cura.
Il babywearing è un modo di prendersi cura dei piccoli, sin dai primi momenti della loro vita, di conoscerli intimamente e di costruire una relazione profonda con loro, rispettosa e in ascolto dei loro bisogni più profondi. E’ un modo di prendersi cura di loro che riesce a conciliare i loro bisogni con le esigenze e i bisogni della mamma, per questo è una modalità considerata sia piacevole, che comoda. E’ un modo antico, che ci trasmette una sapienza maturata in tutte le culture e in tutte le epoche della storia umana.

Il babywearing e il tempo: quanto portare?

Tutti questi aspetti positivi, però non devono farci correre il rischio di assolutizzare questa pratica, che rimane una delle modalità attraverso cui prendersi cura dei piccoli. Una modalità comoda e pratica, ma che non deve assolutamente diventare la cartina torna sole attraverso la quale si “valuta” o si “giudica” uno stile genitoriale.
Serve operare questo distinguo sopratutto ora, in un momento in cui il portare e i supporti che lo permettono sono piuttosto conosciuti e questa pratica si sta diffondendo, per cercare di offrire a tutti i genitori, sia quelli appassionati di questa tecnica sia ai neofiti e anche ai solo curiosi, un quadro di riferimento non soffocante e davvero basato sull’empowerment.

Quindi, ammesso che esista il prototipo del buono e del cattivo genitore, non è che se porto sono bravo e se non porto non sono un genitore attento. Il centro non deve essere la pratica in sé, ma l’obiettivo che la pratica ha, ovvero la cura e l’ascolto del piccolo.
Quindi potrei essere una mamma “sufficientemente buona”, per dirla con le parole di Winnicott, anche se scelgo di non portare, perchè in ascolto attento e rispettoso del mio piccolino. Al contrario, non è che la pratica del portare in automatico mi renda una brava mamma, se il fuoco della mia attenzione si sposta dal senso di questo gesto alla sola tecnica o alla sola opportunità di rispondere ai miei bisogni.

E’, come in tutti gli aspetti legati alla relazione educativa, questione di equilibrio; un equilibrio, mai dato una volta per tutte, ma in continua ridefinizione, perchè i bambini crescono e noi con loro.

Il babywearing e il tempo giusto

In questo orizzonte di senso, quindi le domande sul tempo e il babywearing assumono un diverso spessore, possono attingere alle profondità della questione e del senso di essa.

Proviamo, quindi, a rispondere alle domande più comune su questo tema:

  • Quanto si deve portare un bambino?

Il verbo “dovere” non si coniuga con il verbo “portare”. Non si portare perchè lo si “deve fare” e non si “deve” portare. E’ ingannevole ogni indicazione che va in questa direzione, sia che prescriva questa pratica come ingrediente essenziale per una buona genitorialità, sia che entri nel dettaglio del tempo prescrivendo ritmi e tempistica di questa azione. Si porta perchè si ha piacere di farlo, si porta perchè serve in quel momento al piccolino e alle volte perchè questo semplifica la vita alle mamme. Ma in nessun caso è, o deve diventare, un dovere.

Poi i genitori che portano sanno che questa pratica di cura e efficace e funzionale, e quindi incredibilmente utile, ma non è un dovere e se proprio uno non la sente sua, pazienza, trovi altri modi per stare bene con il suo piccolo e rispondere ai suoi bisogni.

  • “Per quanto tempo al giorno posso portare il mio bambino?”

Non c’è e non ci può essere una misura quantificabile e valida per tutti. La misura è data dalla relazione e dalla relazione presa in quel preciso momento e in quel preciso contesto.
Con i bambini di pochi mesi ci sono giorni e occasioni in cui si porta a lungo, anche diverse ore nella giornata, perchè il piccolo lo richiede oppure perchè tenerlo addosso è una modalità che soddisfa le esigenze della mamma. Ci sono, invece, giorni che si porta meno, perchè si trovano altre modalità di stare insieme, modalità che in quell’occasione soddisfano comunque e alle volte meglio i bisogni sia del piccolo sia di chi si prende cura di lui. Occorre pazienza e disponibilità di ascolto, e poi l’equilibrio lo si trova.

  • “Fino a quando posso portare il mio bambino?”

Anche in questo caso non c’è e non ci può essere un limite valido per tutti, ma chiunque sceglie di portare i propri piccoli vive alcuni fasi simili, perchè sono date dalla crescita e dalla naturale spinta all’autonomia dei bambini.
Nei primi anni di vita, lo sviluppo del bambino è incredibilmente rapido e porta il piccolino da essere poco più che inerme e totalmente dipendente a un piccolo in grado di muoversi, parlare, esprimersi. All’inizio al neonato basta la sua mamma, è lei che è il suo mondo. Poi, progressivamente, si sviluppano in lui le capacità e il desiderio di scoprire ciò che lo circonda e questo mondo allarga i suoi confini.
Il portare, come modalità di cura attenta e rispettosa, non può che non seguire questo naturale sviluppo e sostenerlo. Le progressive spinte all’autonomia cambieranno il portare e di riflesso anche la modalità e la tempistica.
Se all’inizio il portare favorisce la simbiosi tra la mamma e il piccolino, progressivamente deve divenire anche uno dei modi attraverso il quale il piccolo allarga i confini e scopre il mondo che lo circonda. Ricordandosi sempre, che non può essere l’unico modo, e che quindi andranno favorite anche altre esperienze di esplorazione in cui il piccolo possa sperimentarsi in modo autonomo.

Babywearing con papà

Diventare genitori è un’avventura emozionante che richiede pazienza e responsabilità. Il portare è una di quelle modalità che ci può permettere di vivere bene il nostro rapporto con i piccoli, se vissuta in equilibrio e attenzione.

Non si può portare “troppo poco”, questa cosa ha poco senso, potremmo anche scegliere che il babywearing non fa per noi. L’importante non è la tecnica o la pratica in sé, ma la qualità della relazione che riusciamo a creare con i nostri piccoli.

Si potrebbe, invece, “portare troppo”. E’ un rischio non molto diffuso, ma potrebbe accadere quando si perde di vista il senso della pratica e usiamo questa tecnica non per porci in ascolto dei piccoli. Potrebbe accadere tutte quelle volte che il portare diventa solo un modo di far prima, di non accettare i tempi lunghi e il procedere per prove ed errore dei piccolini.: in questo caso passeggino, ciuccio o fascia allora non sono strumenti molto differenti perché attraverso essi ci sostituiamo ai piccoli.

Pediatri, altri esperti e genitori: quale aiuto serve davvero?

Pediatri ed esperti

“… per i genitori alle prese con i primi due, tre anni di vita non c’è che il ricorso all’esperto: -Rinuncio ad osservare e a capire, salvo ricorrere al pediatra- (che però è solitamente impreparato sul piano pedagogico, salve vistose eccezioni).
I genitori sanno certo più di lui circa il loro bambino, ma persi nel labirinto del -Non capisco-, rinunciano ad interpretare e a rispondere ai sui segnali.”

Grazia Honegger Fresco

Apriamo questa riflessione con questa citazione di Grazia Honegger Fresco (Accogliere un bambino, Meridiana, pagina 18). Chiariamo subito che il suo intento e il nostro, non è di sferrare una critica ai pediatri o a nessuno degli esperti che, a diverso titolo, si propongono ai genitori e li accompagnano durante i primi anni di vita dei loro piccoli.
La riflessione non vuole tanto essere su chi offre aiuto, ma centrarsi su chi lo chiede, ovvero i genitori.

Pediatri, altri esperti e genitori

Diventare genitori è un’avventura. Il piccolo nasce “senza libretto di istruzioni” e sembra davvero difficile, se non impossibile, capire come sopravvivere a questo nuovo compito, che stravolge e coinvolge l’intera nostra identità di adulti e ci trasforma, in pochissime mosse, anche in una mamma o in un papà.

Questa cosa assume spesso contorni un po’ paradossali.La maggior parte delle coppie arriva alla genitorialità con una scelta precisa a monte: moltissimi dei bambini che nascono oggi, in Italia, sono bambini desiderati, profondamente attesi, alle volte perfino programmati. Accanto a loro ci sono dei genitori sempre più maturi a causa dell’innalzamento dell’età media in cui si sceglie di avere figli.
Genitori che si informano: specialisti in carne ed ossa o sul web, libri a tema, trasmissioni televisive, reality, …. Sin dagli inizi della gravidanza si consulta tutto, si legge tutto, si carpiscono informazioni usando i più disparati canali.
Eppure, nonostante questa quantità di informazioni a disposizione, chi lavora sul campo conferma che è crescente lo smarrimento dei genitori davanti al loro piccolo e, quindi, è crescente il bisogno di un parere esperto.

Qualche consiglio su come scegliere un esperto e perchè

Avere a che fare con un piccolino è davvero un compito molto impegnativo e, soprattutto se siamo alla prima esperienza, tante piccole e grandi cose creano preoccupazione e, alle volte, ci si sente incapaci di affrontarle.
Ecco allora un piccolo vademecum, pensato per i genitori, per aiutarli ad affrontare queste sfide genitoriali che confondono:

  • Il vero esperto che “conosce” il mio bambino, sono io!

Sembra una cosa sconta da dire, eppure spesso non lo è e occorre ricordarsela. Il vero esperto che conosce, e che quindi sa del proprio piccolo, sono proprio io, la sua mamma, il suo papà! Occorre solo fare un po’ di pulizia mentale e non solo, per fermarsi ad osservare, vera e unica base del capire.

Osservare e guardare i figli per sostenerli nella crescita
Questo all’inizio può sembrare sciocco, ma è davvero la base, indispensabile per affrontare qualunque difficoltà. Osservando potremmo scoprire che la soluzione è semplice e a nostra portata. E se invece ci rendessimo conto che da soli, comunque, non riusciamo ad intravedere una buona strada, avremmo elementi sufficienti per confrontarci con qualcuno.

  • Non siamo su un’isola deserta: il confronto con l’altro è importante

Papà, nonni, tate, babysitter, amiche,…. Difficilmente ci si occupa di un piccolo completamente da soli, qualcun altro è presente nella vita e nella quotidianità del bambino, qualcuno che ci aiuta nella sua gestione e con il quale il bambino passa del tempo. Chiunque esso sia, può offrirci un punto di vista diverso sulla questione che ci impensierisce e offrici ulteriori elementi da aggiungere a quelli che abbiamo osservato noi.
Il confronto arricchirà il quadro osservato e magari ci offrirà uno spunto per affrontare la situazione, e, come già detto nel primo step, se questo non fosse ancora possibile, almeno avremmo elementi ancora più dettagliati per rivolgerci ad un esperto.

  • Pediatri, psicologi, consulenti, doula, ostetriche, pedagogisti: a chi chiedere aiuto?

Potrebbe accadere che se la situazione che vi preoccupa è complessa, o nel tempo si è complicata, e che quindi necessita davvero il ricorso ad un parere più esperto che ci offra qualche spunto per affrontare la situazione e magari risolvere anche il problema che si è presentato. Ma come scegliere l’esperto giusto? Già, poiché nessuno conosce tutto, ciascun esperto è tale nel suo campo, ma difficilmente può non esserlo in un altro.
La prima cosa da considerare, dunque, è la natura della questione per la quale ci serve un aiuto. “E’ un problema di salute? Allora il pediatra mi può aiutare. E’ un problema educativo? Non è materia del pediatra, ma di un bravo educatore o pedagogista.” … E così via, cercando di cogliere non solo lo specifico del singolo esperto, ma anche come la pensa in merito ad alcune questioni: un pediatra che consiglia solo latte in polvere, difficilmente mi aiuterà se ho un problema di allattamento e desidero allattare al seno.
La seconda cosa è tenere bene a mente che i due step precedenti non sono inutili: qualunque esperto ha bisogno, per offrirmi un consiglio e/o la soluzione al problema, del mio parere, di quanto ho osservato, di quanto ho sperimentato con il mio piccolino. Solo così si arriverà ad una soluzione adatta a me e al mio piccolo, una soluzione su misura!

Ma diventare genitori è davvero un’impresa così impossibile?
No, l’importante è non perdersi e non disperdersi nelle innumerevoli informazioni a portata di mano. Alle volte, la quantità di informazioni a disposizione al posto che rassicurare, confonde, e confonde alle volte anche in modo davvero profondo, fino a minare quelle capacità innate che ogni essere umano ha di prendersi cura di un altro, specie se piccolo e indifeso.
Facciamo leva su queste capacità e cerchiamo di avere fiducia in noi!

Le bambole: molto più che dei semplici giocattoli

Giochi bambole: Mammarsupio_teddy

Le bambole sono una delle icone del mondo dei giocattoli.
A una bambina, non appena riesce a stare seduta e a provare interesse per il mondo che la circonda, di solito viene donata una bambola, spesso di pezza, che diventa così uno dei suoi primi giocattoli.

La bambola è un giocattolo molto attraente, perché il suo viso che riproduce quello umano, è fonte di grande interesse anche per i piccolissimi, che spesso passano parecchio tempo a guardarla, oltre che iniziare a maneggiarla.
Superata questa fase, la bambina poi di solito inizia con la sua bambola a ripetere ed imitare piccoli e semplici gesti di cura che la mamma di solito ha nei suoi confronti. E’ l’inizio del gioco di imitazione e di quello simbolico. All’inizio tale gioco è molto semplice, poi con il crescere delle competenze della bambina questo gioco si struttura sempre di più, fino a dare vita a delle vere e proprie scene di vita quotidiana.

Le bambole, però, non sono solo giocattoli, ma delle vere compagne.
Infatti, soprattutto se morbide e gradevoli al tatto, diventano spesso quegli oggetti che sono scelti dai piccoli come oggetti transizionali. Il piccolo sceglie, tra gli oggetti che ha a disposizione, un oggetto che gli è particolarmente caro e che lo aiuta a calmarsi nei momenti faticosi e stressanti. Questo oggetto, detto appunto transizionale, è un oggetto che lo calma e lo rasserena perché segno e simbolo del legame con la mamma.
Se un piccolo sceglie una bambola, la sua bambola, come oggetto transizionale tale bambola diverrà quindi non solo un bel giocattolo, ma una vera e propria compagna di vita, indispensabile alleata per tutti quei momenti in cui sente di avere bisogno di conforto e di una presenza amica

Le bambole: sono solo un gioco da bambine?

Le bambole dai più sono considerate un giocattolo esclusivamente da bambine, ma se pensiamo che sono l’oggetto più usato e amato per i giochi simbolici e di imitazione relativi alla cura, sarebbe un peccato escludere da questo gioco i bambini maschi.
Anche loro infatti, soprattutto nei primi anni di vita fino ai sei-sette anni, amano molto ripetere nel gioco le azioni quotidiane che vivono, e spesso queste sono proprio relative al dare e ricevere gesti di cura ricevute sia dalla mamma che dal papà.

Bambole: un gioco anche per i bambini

Una bambola, rappresenti essa un bambino o una bambina, può essere quindi un giocattolo non solo molto apprezzato dai maschietti, ma anche significativo per la loro crescita e per elaborare un iniziale modello maschile di rifermento rispetto al grande tema della cura.

La bambole Waldorf, una proposta di qualità

Nel mondo delle bambole una menzione particolare va alle bambole Waldorf, dette anche steineriane. Tali bambole sono oggetti artigianale bellissimi e di grande qualità.
Sono bambole di pezza particolari, fatte interamente a mano e con materiali semplici e naturali in particolare cotone e lana.

Bambole Wladorf "Peppa" di Babylonia

Hanno il corpo morbido e arrotondato spesso riempito di lana così che si scaldi nell’abbraccio amorevole del piccolo che gioca con lei e che la stringe.

Il viso è paffuto con i tratti appena abbozzati: puntini per gli occhi e trattino per la bocca. Tali tratti sono volutamente solo accennati per lasciare al bambino la libertà di immaginare l’espressione e quindi lo stato d’animo, della bambola e permettere un gioco ancora più ricco di esperienze e emozioni.

Alcune di queste bambole hanno dei vestiti fissi, mentre altre si possono spogliare e hanno anche un corredino di abiti di ricambio. Si trovano inoltre bambole che rappresentano bambine e altre che rappresentano bambini.
La realizzazione a mano fa sì che ciascuna bambola sia davvero speciale e unica.

Poiché sono oggetti artigianali si possono realizzare anche a mano ed essere un dono ancora più speciale per i propri bambini.

Foto © Mammarsupio e Babylonia

Giochi e neonati: cinque esperienze da vivere con un bambino piccolo

Posted by in Neonato, Primi Anni

Giochi e neonati

Giochi e neonati: binomio possibile?

“Quali giochi fare con i neonati?”, “Come giocare con loro?”; “Che giocattoli mettergli a disposizione?”: sono alcune delle domande che possono nascere quando ci si interroga su quale rapporto ci possa essere tra i neonati e i giochi. Tale rapporto, infatti, non è scontato tanto che in molti si chiedono se i neonati sono davvero in grado di giocare.

Il gioco è un’esperienza fondamentale nella vita dei piccoli e anche dei neonati, oltre che di fatto anche nella vita degli adulti. In ogni fase della vita “giochiamo”, ovvero usiamo immaginazione e creatività per approcciarci alla realtà. Quello che si modifica, e che rende diverso il gioco dei neonati, da quello dei bambini e ancora da quello degli adulti, sono le modalità concrete attraverso cui il gioco si realizza.

Noi spesso attribuiamo il medesimo significato ai termini giochi e giocattoli. Ma i secondi non sono che degli strumenti attraverso cui, nell’infanzia, si realizzano molti giochi dei bambini, ma il gioco non si può ridurre a questi.

Inteso in questo modo il gioco, la risposta alla domanda se i neonati giocano è affermativa.

Già dai primissimi istanti di vita il piccolo infatti ha a che fare con il grande compito di entrare in relazione con il mondo che lo circonda, che ha caratteristiche profondamente diverse rispetto all’ambiente uterino dal quale proviene.

Il primo mondo da scoprire è la sua mamma e il suo corpo. Pian piano il cerchio si allarga al papà e alle altre persone che sostengono la mamma nella sua cura e poi all’ambiente domestico. Ad un certo punto scopre il suo corpo: le sue manine e i suoi piedini diventano oggetti interessantissimi da scoprire.

Il gioco per i neonati, dai primi mesi fino al primo anno di vita, si realizza principalmente attraverso questo lavoro di scoperta incessante, fondamentale per il loro benessere e la loro crescita fisica e psichica.

Per accompagnare i piccolini in questa graduale scoperta quindi non occorrono mille giocattoli super strutturati e magari costosi; più che altro occorre la disponibilità a vivere delle esperienze con lui, rispettando i suoi ritmi, tempi e desideri di scoperta.

I giocattoli, sempre scelti con cura e attenzione, possono essere dei validi alleati, ma, come spesso ci dimostrano i piccolini, la loro attenzione è spesso attratta da oggetti di uso quotidiano che permette loro di fare scoperte sul mondo che li circonda.

Cinque idee di giochi con neonati: alla scoperta del mondo insieme

Ecco quindi cinque giochi, esperienze, da vivere con il vostro bambino nel suo primo anno di vita, accompagnandoli così in questa loro emozionante avventura di scoperta del mondo.

  • Pelle a pelle: conoscersi davvero

La pelle è l’organo di senso più esteso del nostro corpo, ed è il primo che si forma nella vita uterina. La pelle è un universo specialissimo attraverso la quale sentiamo e percepiamo quello che è fuori di noi e trasmettiamo quello che è dentro di noi. Per un neonato la sua pelle è una dimensione conosciutissima e famigliare, i vestiti al contrario sono un di più, del quale forse farebbe anche a meno.

Giochi e neonati: contatto pelle a pelle
Nei primi mesi regalarsi dei momenti di pelle a pelle con il proprio piccolo è un’esperienza profondissima per entrambi. Non occorre molto, basta una stanza a temperatura adeguata,al riparo da correnti d’aria e un po’ di disponibilità di tempo e tranquillità. Mette il vostro piccolo sul vostro petto, nudo, e la sciate che la magia si compia.

  • Alla riscoperta dell’acqua.

Possiamo dire che la vita uterina è una vita acquatica. Nove mesi in un ambiente calmo e protetto, cullati nel liquido amniotico, che trasforma la pancia della mamma in una piscina esclusiva e personale. Per questo l’acqua è un elemento rasserenante per molti piccoli, che però va riscoperto una volta fuori da quella pancia.
Regalate al vostro piccolo dei bagnetti rilassanti, senza fretta, rendendoli per loro esperienze davvero di scoperta e di dolcezza, e, perchè no, regalate anche a voi questa esperienza, insieme a loro in vasca in casa oppure in una piscina riscaldata a dovere.

  • Una camminata in silenzio

Il silenzio è la condizione indispensabile per riuscire ad ascoltare e ad ascoltarsi. Viviamo quasi tutti e quasi sempre avvolti nel rumore però. Il rumore del traffico in città che entra nelle case, la tv quasi sempre accesa, le frequenti telefonate che riceviamo e facciamo: parole e rumori che avvolgono anche il piccolino che vive con noi.
Regaliamoci e regaliamogli un’esperienza intensa di silenzio, due passi fuori città, in un parco grande o in un bosco, cercando di fare silenzio, di silenziare il telefono e avvolgerci in quello che la natura offre. Scopriremo che il silenzio è abitato da tanti tanti suoni, che rendono magico quel silenzio, magico per il piccolino e per noi.

  • Aria e pioggia sul viso.

Vento, venticello, aria e arietta sono gli acerrimi nemici dei bambini, o almeno così si pensa; e non parliamo della pioggia, che con i bambini piccoli è considera peggio di una sventura apocalittica. Con vento e pioggia se si può ci si rintana in casa e se, proprio proprio, si deve uscire ecco che scatta l’uso di massime protezioni: cappelli, sciarpe, coperture del passeggino, mantelle e mille altri accessori. Precauzioni davvero importanti, soprattutto quando il vento e la pioggia sono forti e, magari, in aggiunta fa anche molto freddo. Però, non sempre si verificano questi avvenimenti estremi. Spesso, soprattutto nella bella stagione, capitano giornate di pioggerella e arietta leggera: approfittiamo! Facciamo scoprire al nostro bambino la bellezza di lasciarsi accarezzare dal vento e baciare dalla pioggia.

  • Piedini nell’erba

Gli esperti di educazione si lamentano sempre di più, parlando dell’infanzia, del progressivo allontanamento dei bambini dagli elementi naturali: bambini grandicelli, della scuola primaria, che non hanno mai giocato a piedi nuda nell’erba, o che non hanno quasi mai sperimentato il calore del fuoco sulla pelle o la piacevolezza di giocare con il fango. Questo tipo di comportamento ha origine sin dalla primissima infanzia ed è sicuramente influenzato dalla quasi impossibilità per molti bambini di avere occasioni di giocare liberamente all’aria aperta in spazi a loro misura.

giochi e neonati: a piedi nudi nell'erba
Un gran regalo che potete fare al vostro bambini, a partire dal primo anno di vita, è quello di lasciarlo sperimentare queste cose, magari proprio partendo dalla bellezza e peculiarità di gattonare o muovere i primi passi in un bel prato, con i piedi solleticati dall’erba. Magari non a tutti i piccoli questa cosa piacerà, ma almeno in loro passerà il messaggio che questa esperienza non solo non è sbagliata ma potrebbe anche essere piacevole.