Bambini prematuri e fascia porta bebè

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I prematuri: bambini nati sotto una luna diversa

Le mamme in gravidanza vivono il tempo dell’attesa.
Si imparano a contare le settimane di gestazione, si vive il loro scorrere lento e soprattutto si impara a familiarizzare con la luna. Già ogni nascita è legata ad una luna, ogni piccolo ha la sua luna, quella che spunta in cielo quaranta settimane circa dopo il suo concepimento.
Questo accade anche per i bambini prematuri, ma la luna che li accoglie non è quella che ci si aspettava, perchè loro nascono sotto una luna diversa, una luna non loro.

Si definiscono prematuri i bambini nati prima della 38esima settimana di gestazione.
Nel mondo, e anche qui in Italia, un nato su 10 è prematuro. Il che vuol dire che moltissimi bambini nascono sotto una luna non loro.

Prematurità significa per i bambini essere sottoposti a cure intensive necessarie per la loro sopravvivenza, essere allontanati dalla mamma precocissimamente, vivere alcune settimane (i gravi prematuri vivono anche dei mesi) nelle condizioni particolarissime dei reparti ospedalieri di Terapia Intensiva Neonatale.

Prematurità per i genitori significa preoccupazione e ansia per la salute e la sopravvivenza del proprio piccolino, distacco precoce, iniziare ad essere genitori in un ambiente così particolare come un reparto ospedaliero di cure intensive.

La prematurità lascia dei segni indelebili nelle famiglie che la vivono: segni sul e nel corpo del piccolino, segni nell’umore della mamma e del papà, segni nella loro relazione.
I reparti di Terapia Intensiva Neonatale più all’avanguardia conoscono bene questa realtà e sanno che prendersi cura di questi piccoli guerrieri non è solo questione di corpo, di funzionalità dei vari sistemi e dei vari apparati. La cura, la care neonatale,  è fatta di procedure mediche all’avanguardia e accoglienza della famiglia. Perchè si sa che le migliori condizioni di cura non le crea l’equipe ospedaliera, ma si creano alla presenza e con la vicinanza della mamma e del papà.

La marsupio terapia

Una delle pratiche di cura adottate ormai da anni in molti presidi ospedalieri anche italiani è la Marsupio Terapia, detta anche Kangaroo Mother Care (KMC).
Non appena le condizioni generali del piccolo lo consentono, i genitori, in particolare la mamma, sono invitati dagli infermieri e dai medici a stare con il loro piccolino, per tempi prolungati, pelle a pelle con lui.

Il piccolo prematuro viene tolto dalla cullina termica e adagiato sul petto nudo della mamma.
Questa è l’essenza della Marsupio Terapia: un’idea semplicissima, pochissime cose necessarie per la sua realizzazione, eppure di straordinario impatto positivo sulle condizioni del piccolino. Il cuore e i polmoni funzionano meglio e se proprio si registrano delle crisi è più facile per il piccolo recuperare perchè a contatto con la sua mamma. Il piccolo, sul corpo rilassato del genitore, dorme meglio e questo significa una migliore crescita.

Inoltre, con questo semplicissimo gesto si permette alla mamma e al papà di viversi genitori di quel piccolo esserino, di iniziare a intessere con lui, nonostante lo stop iniziale, una relazione intensa e profonda.

Bimbi prematuri e fascia porta bebè

Partendo da queste evidenze scientificamente è possibile affermare che portare un piccolo nato prematuro non è solo una buona abitudine genitoriale, ma una buonissima pratica a sostegno della sua salute.
Tutto questo, noi della cooperativa Focus, lo abbiamo sperimentato e lo continuiamo a sperimentare grazie al progetto Un abbraccio che fa crescere, a sostegno della genitorialità della famiglie che vivono una nascita prematura.

Si può usare la fascia porta bebè direttamente in reparto, durante la degenza del piccolo in T.I.N. o SubT.I.N., sia a sostegno della Marsupio Terapia sia in continuità con essa. Questo però deve essere una scelta precisa del reparto e della sua equipe.

Prematuri e fascia porta bebe - UnAbbraccioCheFaCrescere

Se ciò non è possibile, l’importante per i genitori  è vivere il maggior numero di momenti con il proprio piccolino a stretto contato sia nel periodo in cui viene proposta la Kangaroo, sia dopo, nella fase di pre-dimisisone.
Contatto, coccole, voce, suoni, sussurri, odori, tocco leggero e presenza. questi sono gli ingredienti necessari. Con la fascia si può prendere dimestichezza una volta dimessi, a casa.
Portare un piccolino nato prematuramente è un’esperienza intensissima, che va a sanare molti dei segni indelebili che la prematurità lascia.  E’ un gesto di cura profondo, segno di attenzione e rispetto nei suoi confronti, sia nei primi mesi, che, poi, nei primi anni di vita.

Inizialmente, l’ideale è portare i prematuri con una fascia lunga morbida.  La morbidezza del tessuto è da preferirsi anche perchè offre al piccolo un ambiente più rispettoso. Questo tipo di fascia, confortevole e coccolosa, infatti accoglie al meglio il piccolo corpicino del bambino che, sebbene sia cresciuto, può essere più piccolo e più fragile rispetto a quello di un bambino nato a termine.
Unica eccezione, per la quale è più opportuno usare una fascia rigida, è nel caso in cui il piccolo prematuro soffra di ipotonia.

In seguito, man mano che il bambino cresce, se l’esperienza del babywearing risulta positiva, si possono, se lo si desidera, sperimentare anche altri tipi di supporti (fascia lunga rigida, mei tai, marsupio ergonomico).

Foto © Mammarsupio e Coop. Focus

…e se lo vizio?

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Sempre la solita domanda:  portando il bambino in fascia si vizia?  tenendolo sempre a contatto si trasforma in un mammone-cozza?

In tanti rispondono…ma vi lasciamo con questa riflessione, ideale nel periodo caldo.

“Immaginate di avere sete. Qualche volta vi viene dato un bicchiere d’acqua, qualche volta no. La vostra sete non è soddisfatta. L’unica cosa che sapete è che è sempre qualcun altro che decide se darvi o no un bicchiere d’acqua. Diventate sempre più nervosi e frustrati. Cominciate quindi a chiedere dell’acqua continuamente, anche quando non avete sete, perchè non siete sicuri che, quando avrete sete, vi sarà data dell’acqua.Diventate insicuri quando non avete acqua a disposizione e così preoccupati di non aver abbastanza acqua da divenire incapaci di pensare ad altro. Diventate dipendenti dalla fonte, che non abbandonate per poterne chiedere in continuazione.

Adesso immagina lo scenario opposto. Sei assetato e ti viene subito dato da bere in modo da placare la tua sete. Sei soddisfatto e puoi continuare a fare ciò che stavi facendo senza preoccupazioni. Ti rassicura sapere che l’acqua è sempre disponibile e che puoi prenderla ogni volta che vuoi. Con questa sicurezza alle volte addirittura te ne dimentichi. Senza pensieri, puoi dedicarti anima e corpo ad altre attività. Puoi esplorare, crescere…addirittura allontanarti dalla fonte.

Ora trasporta questo questo scenario sul tuo piccolo e sul suo bisogno di contatto fisico. E’ evidente che rispondere immediatamente al bisogno del vostro bimbo non lo renderà dipendente…

 

da Istruzioni per l’Uso – BBSlen Babylonia.

Portare in estate: babywearing sotto il sole

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E’ ormai usuale che quando il termometro inizia a ballare attorno al 30, sui social e on line, si scatenino mamme alla ricerca della soluzione per continuare a portare il loro piccolino nonostante il caldo estivo.
C’è chi è alla ricerca della “fascia fresca” o addirittura della fascia “più fresca”. Altri invece cercano informazioni su quale legatura faccia meno sudare. Ed, infine, c’è anche chi cerca un consiglio su come sopravvivere contemporaneamente al piccolo, al sudore e alle piccole e grandi imprese quotidiane.

Portare in estate: qualche consiglio

Ma è così impossibile portare in estate?
Ecco alcuni consigli utili per affrontare la questione a mente lucida.

  • D’estate fa caldo. D’estate si suda.
    Ovvietà? Direi di no, viste le preoccupazioni di molti genitori legate all’innalzamento delle temperature.
    Il caldo, alle nostre latitudini, è legato all’estate, fa parte della ciclicità stagionale. E il caldo, o meglio l’innalzamento della temperatura esterna, nell’uomo provoca la sudorazione.
    Nonostante tutti i messaggi pubblicitari che ci bombardano sui deodoranti e profumi, il sudore è una cosa buona per il nostro corpo perchè permette la termoregolazione. Ed è una cosa buona anche per i bambini, che nascono con un corpo già in grado di termoregolarsi, anche attraverso il sudore.
    Quindi, la prima cosa saggia da fare come mamme e non solo è fare pace con questo aspetto del nostro corpo quando fa caldo e accettare di buon grado di sudare e rinfrescasi quando serve con una doccia o un bagno.
  • Buonsenso e sol leone.
    Spesso sembra che il buonsenso evapori con il sole, altrimenti non si spiegherebbero alcune domande e alcune preoccupazioni. Come per ogni altra cosa da fare o da vivere con il piccolo, anche per il portare in estate valgono delle semplici precauzioni.
    Cercate di uscire con il bambino non nelle ore più calde della giornata, ma preferite la prima mattina o la tarda serata. Mettete della crema solare protettiva se pensate di stare fuori a lungo sulle gambine del piccolo e sulle altre parti scoperte e coprite la vostra testa e la sua con un cappellino.
    Ricordate inoltre di bere tanto e di far bere anche i bambini. Se il vostro piccolo fosse allattato in modo esclusivo al seno non serve dargli dell’acqua, ma permettetegli le poppate brevi e frequenti che vi richiede. E’ il suo modo di “bere” e di approvvigionarsi di zuccheri.
  • La fascia fresca non esiste e non esiste neanche quella ventilata.
    Quindi a poco vale la ricerca del supporto o della legatura perfetta per l’estate.
    La fascia lunga è il supporto più versatile e permette diverse legature.
    Sempre, ma soprattutto in estate, sono molto apprezzabili le caratteristiche delle fibre naturali, in particolare cotone o lino. Stanno riscuotendo un successo apprezzabile anche fasce fatte con filati tecnici sintetici, studiati apposta per migliorare la traspirabilità, come la fascia Cool di Babylonia. Se si sceglie una fascia “rigida” si possono fare delle legature che non necessariamente richiedono il triplo sostegno e possono risultare leggermente più fresche.
    Alcuni genitori in estate prediligono la semplicità e la minore lunghezza della fascia ad anelli, anche se lo scarico su una sola spalla la rende ottimale solo per brevi tragitti.
    Altri invece preferiscono il mei tai alle fasce, considerato più pratico per i bambini dai 5/6 mesi in su, e perchè, essendo meno avvolgente, dà l’idea di essere meno caldo.
    Anche da questa veloce panoramica capite che comunque, se siete alla ricerca di un supporto fresco o di una legatura leggera, le differenze tra le une e le altre sono davvero molto minime: alle volte non serve un supporto nuovo, ma solo cambiare di poco la prospettiva.
  • Meno strati, più confort.
    Anche nel portare in estate, con il caldo, vale la regola che, se si è accaldati, è una buona cosa svestirsi.
    Ecco tre diverse strategie adottate dalle mamme.
    Le mamme “minimal”: canotta lei o addirittura solo reggiseno e pannolino per il piccolo. In questo modo si beneficia molto del contatto pelle a pelle, ma non a tutti piace o non sempre è praticabile.
    Le mamme “solo sotto” che eliminano ogni altro vestito o strato al piccolo e loro si concedono al massimo la canotta.
    Le mamme “solo sopra” che, al contrario eliminano al piccolo il body e sopra il pannolino gli fanno indossare un pagliaccetto.
    Qualunque sia la vostra strategia, ricordatevi che con il caldo si porta con abiti leggeri ed è sempre consigliato portare un cambio pulito per il piccolo ed eventualmente per chi lo porta se gli abiti di entrambi dovessero essere troppo sudati.

E se tutte queste argomentazioni non sono sufficienti pensate anche che per il piccolo non ci sono alternative diverse e più confortevoli. Infatti, ovetti, passeggini e cullette non sono spazi freschi ed areati, anzi spesso il bimbo suda parecchio in essi. Allora meglio stare addosso alla mamme, dove il disagio del caldo è in parte compensato dalla sua vicinanza e dalle sue coccole.

Foto © Mammarsupio

“Babywearing perchè?”: 12 buoni motivi per portare il proprio bambino

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Il babywearing, sebbene sia sempre più diffuso, desta alle volte qualche sguardo indiscreto e qualche perplessità.
In qualche circostanza ci si trova, come genitori che portano i propri piccoli, a dove motivare il perchè si sceglie di legarsi addosso i piccoletti e affrontare così la giornata e la vita insieme a loro.

Abbiamo raccolto negli anni, grazie al confronto con molti genitori, questi 12 buoni motivi per portare i piccoli.
Ve li regaliamo, credendo possano essere dei validi spunti per sostenere le vostre argomentazioni!

“Babywearing perchè?”: dal punto di vista del bambino

  • I neonati nella fascia ritrovano un ambiente simile al ventre materno, caldo, contenuto, con rumori e odori simili. Ciò li aiuta a superare lo shok della nascita. Per i piccolissimi l’ambiente ideale non è certo l’immobilità  e il silenzio della culla in una stanza buia. I neonati apprezzano il rumore e il movimento.
  • I neonati nella fascia sono più rilassati, quindi anche una volta appoggiati nella culla dormono più a lungo e piangono meno.
    Una ricerca scientifica diretta da A. Hunziker e R.Barr, pubblicata su Pediatrics 1986, 77 ha provato che i neonati portati nella fascia piangono il 43% in meno dei loro coetanei durante il giorno e il 51% in meno durante le ore serali!!
  • I piccoli portati  soffrono meno di coliche.
    E’ ormai risaputo che le cosiddettte coliche del neonato sono raramente da associarsi a dei disturbi intestinale. Spesso i piccoli hanno solo bisogno di contatto e stare un po’ nella fascia li aiuta. Inoltre la posizione verticale fin da piccoli li tiene “pancia contro pancia” con l’adulto e questo riduce anche eventuali mal di pancia grazie alla pressione e al tepore.
  • I bimbi portati vivono una stimolazione più naturale e continua, quando sono svegli non si annoiano perchè sentono, vedono e “provano” cinesteticamente tutto quello che l’adulto fa.
  • I bimbi nella fascia e negli altri supporti per portare non sono all’altezza dei tubi di scappamento delle automobili.

“Babywearing perchè?”:  dal punto di vista dei genitori

  • La mamma portando si “stacca” lentamente dal suo piccolo, perchè anche lei vive un distacco brusco durante il parto. E’ stato sperimentato che tenere addosso il neonato diminuisce la probabilità  di soffrire di depressione post parto.
  • La mamma con la fascia è più libera di muoversi, di fare ciò che deve in casa e fuori. Ha le mani libere e la sicurezza necessaria per fare qualsiasi movimento.

Babywearing visto dalla mamma e dal papà

  • Il papà, portando il suo piccolino, vive delle sensazioni splendide, che solitamente prova solamente una mamma che porta il suo bimbo per 9 mesi addosso..chiedetelo ad un papà  che porta in una fascia un neonatino addormentato…

E per finire, si porta perchè….

  • Il babywearing è comodo!
    Con un buon supporto il peso del bambino viene scaricato non solo su entrambe le spalle ma anche in vita e di conseguenza sulle gambe.
  • Il babywearing è pratico!
    Andare dove si vuole con un bambino, piccolissimo o grande che sia, estate o inverno, in montagna sulla schiena, al mercato senza ingombro, sui mezzi senza stress, al supermercato senza timore dell’aria condizionata, in casa mentre fai i mestieri..Babywearing in città: Mammarsupio e Illustra Bene
  • Il babywearing è economico!
    Una buona fascia o un buon supporto per portare è l’unico “mezzo di trasporto” che puoi usare dal primo giorno fino ai tre anni circa.
  • Infine, il babywearing è un modo per stare insieme con i piccoli  sostenuto dalla Leache League International,  dall’Associazione Italiana Massaggio Infantile e da moltissimi operatori del settore materno infantile.

Photo© Mammarsupio e www.illustrabene.com

Il babywearing e il tempo: portare il giusto, portare troppo poco o portare troppo

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Il babywearing e il tempo: quanto portare?

La questione del tempo si affaccia sin da subito nell’approccio al babywearing.
Spesso le mamme in gravidanza o con i piccolissimi si chiedono per quanto tempo al giorno si possa o si debba portare. Inoltre, soprattutto pensando al singolo supporto, ci si chiede quanto a lungo nella vita del nostro piccolino lo si possa portare.
Sono domande che rinviano a dubbi e, alle volte, timori, rispetto alla salute del bambino e alla sua crescita. Proprio per questa ragione sono domande tutt’altro che scontate o secondarie, alle quali occorre offrire una risposta che vada a toccare le questioni profonde legate ad esse e non si limiti ad una prescrizione generale e generalista.

Ritornare al senso del babywearing

Riflettendo con i genitori sulle piccole e grandi domande legate al loro ruolo, siamo solite affrontare la singola questione inquadrandola in un orizzonte di senso più ampio. Così è per i temi e le questioni legate al babywearing, e quindi, anche per questa relativa alla dimensione del tempo.

Una risposta che non risulti solamente prescrittiva, nasce dal riconsiderare e riflettere sul senso di questa pratica di cura.
Il babywearing è un modo di prendersi cura dei piccoli, sin dai primi momenti della loro vita, di conoscerli intimamente e di costruire una relazione profonda con loro, rispettosa e in ascolto dei loro bisogni più profondi. E’ un modo di prendersi cura di loro che riesce a conciliare i loro bisogni con le esigenze e i bisogni della mamma, per questo è una modalità considerata sia piacevole, che comoda. E’ un modo antico, che ci trasmette una sapienza maturata in tutte le culture e in tutte le epoche della storia umana.

Il babywearing e il tempo: quanto portare?

Tutti questi aspetti positivi, però non devono farci correre il rischio di assolutizzare questa pratica, che rimane una delle modalità attraverso cui prendersi cura dei piccoli. Una modalità comoda e pratica, ma che non deve assolutamente diventare la cartina torna sole attraverso la quale si “valuta” o si “giudica” uno stile genitoriale.
Serve operare questo distinguo sopratutto ora, in un momento in cui il portare e i supporti che lo permettono sono piuttosto conosciuti e questa pratica si sta diffondendo, per cercare di offrire a tutti i genitori, sia quelli appassionati di questa tecnica sia ai neofiti e anche ai solo curiosi, un quadro di riferimento non soffocante e davvero basato sull’empowerment.

Quindi, ammesso che esista il prototipo del buono e del cattivo genitore, non è che se porto sono bravo e se non porto non sono un genitore attento. Il centro non deve essere la pratica in sé, ma l’obiettivo che la pratica ha, ovvero la cura e l’ascolto del piccolo.
Quindi potrei essere una mamma “sufficientemente buona”, per dirla con le parole di Winnicott, anche se scelgo di non portare, perchè in ascolto attento e rispettoso del mio piccolino. Al contrario, non è che la pratica del portare in automatico mi renda una brava mamma, se il fuoco della mia attenzione si sposta dal senso di questo gesto alla sola tecnica o alla sola opportunità di rispondere ai miei bisogni.

E’, come in tutti gli aspetti legati alla relazione educativa, questione di equilibrio; un equilibrio, mai dato una volta per tutte, ma in continua ridefinizione, perchè i bambini crescono e noi con loro.

Il babywearing e il tempo giusto

In questo orizzonte di senso, quindi le domande sul tempo e il babywearing assumono un diverso spessore, possono attingere alle profondità della questione e del senso di essa.

Proviamo, quindi, a rispondere alle domande più comune su questo tema:

  • Quanto si deve portare un bambino?

Il verbo “dovere” non si coniuga con il verbo “portare”. Non si portare perchè lo si “deve fare” e non si “deve” portare. E’ ingannevole ogni indicazione che va in questa direzione, sia che prescriva questa pratica come ingrediente essenziale per una buona genitorialità, sia che entri nel dettaglio del tempo prescrivendo ritmi e tempistica di questa azione. Si porta perchè si ha piacere di farlo, si porta perchè serve in quel momento al piccolino e alle volte perchè questo semplifica la vita alle mamme. Ma in nessun caso è, o deve diventare, un dovere.

Poi i genitori che portano sanno che questa pratica di cura e efficace e funzionale, e quindi incredibilmente utile, ma non è un dovere e se proprio uno non la sente sua, pazienza, trovi altri modi per stare bene con il suo piccolo e rispondere ai suoi bisogni.

  • “Per quanto tempo al giorno posso portare il mio bambino?”

Non c’è e non ci può essere una misura quantificabile e valida per tutti. La misura è data dalla relazione e dalla relazione presa in quel preciso momento e in quel preciso contesto.
Con i bambini di pochi mesi ci sono giorni e occasioni in cui si porta a lungo, anche diverse ore nella giornata, perchè il piccolo lo richiede oppure perchè tenerlo addosso è una modalità che soddisfa le esigenze della mamma. Ci sono, invece, giorni che si porta meno, perchè si trovano altre modalità di stare insieme, modalità che in quell’occasione soddisfano comunque e alle volte meglio i bisogni sia del piccolo sia di chi si prende cura di lui. Occorre pazienza e disponibilità di ascolto, e poi l’equilibrio lo si trova.

  • “Fino a quando posso portare il mio bambino?”

Anche in questo caso non c’è e non ci può essere un limite valido per tutti, ma chiunque sceglie di portare i propri piccoli vive alcuni fasi simili, perchè sono date dalla crescita e dalla naturale spinta all’autonomia dei bambini.
Nei primi anni di vita, lo sviluppo del bambino è incredibilmente rapido e porta il piccolino da essere poco più che inerme e totalmente dipendente a un piccolo in grado di muoversi, parlare, esprimersi. All’inizio al neonato basta la sua mamma, è lei che è il suo mondo. Poi, progressivamente, si sviluppano in lui le capacità e il desiderio di scoprire ciò che lo circonda e questo mondo allarga i suoi confini.
Il portare, come modalità di cura attenta e rispettosa, non può che non seguire questo naturale sviluppo e sostenerlo. Le progressive spinte all’autonomia cambieranno il portare e di riflesso anche la modalità e la tempistica.
Se all’inizio il portare favorisce la simbiosi tra la mamma e il piccolino, progressivamente deve divenire anche uno dei modi attraverso il quale il piccolo allarga i confini e scopre il mondo che lo circonda. Ricordandosi sempre, che non può essere l’unico modo, e che quindi andranno favorite anche altre esperienze di esplorazione in cui il piccolo possa sperimentarsi in modo autonomo.

Babywearing con papà

Diventare genitori è un’avventura emozionante che richiede pazienza e responsabilità. Il portare è una di quelle modalità che ci può permettere di vivere bene il nostro rapporto con i piccoli, se vissuta in equilibrio e attenzione.

Non si può portare “troppo poco”, questa cosa ha poco senso, potremmo anche scegliere che il babywearing non fa per noi. L’importante non è la tecnica o la pratica in sé, ma la qualità della relazione che riusciamo a creare con i nostri piccoli.

Si potrebbe, invece, “portare troppo”. E’ un rischio non molto diffuso, ma potrebbe accadere quando si perde di vista il senso della pratica e usiamo questa tecnica non per porci in ascolto dei piccoli. Potrebbe accadere tutte quelle volte che il portare diventa solo un modo di far prima, di non accettare i tempi lunghi e il procedere per prove ed errore dei piccolini.: in questo caso passeggino, ciuccio o fascia allora non sono strumenti molto differenti perché attraverso essi ci sostituiamo ai piccoli.

Babywearing in sicurezza: le precauzioni irrinunciabili

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Mammarsupio: fascia porta bebè

Abbiamo già  scritto altre volte su questo tema, ma ci rendiamo conto, dal lavoro diretto con i genitori e gli operatori, che su questo argomento occorre ancora fare chiarezza.

Il babywearing è un modo di stare con il proprio piccolo, di prendersi cura di lui. E’ questo il senso di questo gesto che per molti genitori diventa quotidiano. Individuato il supporto che fa per loro, infatti, sono molti ormai le mamme e i papà  che “indossano il loro piccolo”. Ci si prende cura di loro e intanto le mani sono libere e si può anche pensare di dedicarsi ad altro.
Questa pratica di cura, nella storia dell’uomo, nasce e si mantiene nel tempo, proprio perchè riesce a conciliare i bisogni dei piccolissimi, con quelli di chi si prende di lui e con le esigenze della quotidianità  che va avanti.

La libertà  di movimento e di azione che un genitore prova è davvero notevole, ma occorre sempre ricordare che questa è un effetto “secondario”, utile e piacevole, ma comunque secondario: al centro ci deve sempre essere il benessere e la cura del piccolino.
Se non si ha chiaro questo aspetto…. rischiamo di mettere in atto dei comportamenti poco adeguarti e sicuri, che potrebbero anche nuocere al nostro piccolino.
Ecco quindi alcuni consigli per praticare un babywearing in totale sicurezza.

La posizione corretta: la base per un babywearing in sicurezza

La prima cosa da considerare è che il supporto sia indossato in modo che sia chi porta che chi è portato assumano una posizione corretta.

Mammarsupio: babywearing in sicurezza
A questo proposito ecco un ABC da tenere sempre a mente a da usare come check list sia per verificare la buona qualità  di un supporto, sia per verificare come lo state indossando:

  • A come airways: un buon supporto deve permettere di portare il piccolo (sia davanti, che di fianco o dietro) con le vie aeree ben libere. Il suo mento non deve mai toccare lo sterno e il piccolino non deve sprofondare completamente nel supporto. Il primo rischio lo si corre in particolare nella posizione a culla e il secondo è più frequente nei supporti semi strutturati o strutturati che si adattano meno bene alle dimensione del piccolo. E’ importante poi che il piccolo sia portato alto e contatto, nella posizione che viene definita “a portata di bacio”.
  • B come body positioningprima di tutto un buon supporto deve permettere di portare vicino al corpo dell’adulto e alto. Supporti che rimangono distanti dal corpo e che magari ondeggiano con il piccolo dentro sono da evitare perchè è alto il rischio di caduta e di scivolamento. Inoltre, il bimbo è posizionato correttamente se le sue gambine sono divaricate e la posizione fisiologica della schiena e della anche è rispettata. Il bimbo deve scaricare il peso sul supporto che lo sostiene da ginocchio a ginocchio.
  • C come confort: la posizione scelta e il supporto usato devono inoltre risultare comodi per chi porta e per chi è portato. A questo proposito è indispensabile che il peso del piccolo sia scaricato adeguatamente sulla schiena di chi porta e che le fasce o le altre parti del supporto non diano fastidio a chi porta. Anche il piccolo deve stare in una posizione confortevole e ben aderente al corpo di chi porta per non avere sempre la sensazione di essere instabile e poco sicuro.

Il comportamento adeguato: elemento indispensabile per un babywearing sicuro

Applicare alla lettera l’ABC sopra descritto però non significa che stiamo automaticamente praticando un babywearing in sicurezza. Infatti, questo dipende anche e soprattutto dalle intenzioni e dai comportamenti di chi porta.
Sulla bilancia deve sempre avere più peso il benessere e la cura del piccolo, rispetto all’avere libertà  di movimento e le mani libere.

Facciamo un esempio.
Una mamma, un papà  e un piccolino di pochi mesi sono in una piccola baita in montagna, bella ma isolata, in mezzo alla neve. La protezione civile intima loro di evacuare nel più breve tempo possibile per il rischio di una slavina. Il papà , senza esitazioni mette il piccolo nel mei tai e inforca gli sci per scendere a valle, seguito dalla mamma.
Se mai accadesse una cosa simile, tutti loderemmo il coraggio e la prontezza di spirito di questi genitori e il fatto che aver avuto a disposizione un supporto, pratico e comodo, ha permesso loro di togliersi da una situazione potenzialmente pericolosa, con rapidità .

Ma la situazione appena immaginata è un’eccezione, un’eventualità , si spera, quanto mai rara. Eppure, meno rari sono i comportamenti che alcuni genitori, abili portatori, adottano con i loro piccoli con i diversi supporti per portare rischiando di metterli in pericolo.

Di solito, sia noi che chi si occupa in modo professionale di portare, consiglia sempre di farsi guidare dal buon senso, ma forse, visto l’accadere di alcune cose comunque, proviamo ad esplicitare meglio alcuni comportamenti sconsigliati:

  • in casa: la fascia o gli altri supporti vengono spesso usati dai genitori mentre svolgono piccole faccende domestiche. Occorre prestare attenzione ai movimenti bruschi e improvvisi, agli spigoli di mobili e porte, alle sostanze chimiche che si maneggiano, alle fonti di calore o di vapore. Quindi, con un piccolo in fascia non si gioca a fare il piccolo chimico con i detersivi, non si scola la pasta con il bambino pancia a pancia, né si stira; con il piccolo sulla schiena si deve prestare molta attenzione al suo raggio di azione e non si sale su scale o sedie per prendere dalla dispensa la pasta o per pulire i vetri.
  • in città : ogni supporto permette grande libertà  di movimento e quindi lascia spazio per passeggiate all’aria aperta, per prendere i mezzi pubblici, per andare a fare la spesa, per recuperare i fratellini da scuola. Di solito un comportamento corretto e attento evita i rischi maggiori, ma anche qui occorre buon senso! Insomma,evitate di correre come un velocista sulla pista dei 100m, attraversando un incrocio non sulle strisce, per prendere al volo il tram … per il resto godevi la vostra città  e quello che vi offre. Nè, con un bimbo in un supporto, si va in motorino o in bicicletta.
  • in montagna: i supporti per portare sono spesso molto apprezzati dai genitori amanti delle cime perchè possono portare con loro anche piccolissimi. Ben vengano passeggiate rilassanti tra il verde o sulla neve, ma con un bambino addosso assolutamente non si arrampica e non si scia! Potete essere anche guide alpine, ma questi comportamenti mettono solo a rischio inutilmente il vostro piccolino. E’ importante ricordare che soprattutto in inverno il rischio più grande per lui è quello di raffreddarsi e stare male: quindi prestate molta, molta attenzione alle sue estremità !

Mammarsupio: babywearing in sicurezza anche in montagna

  • al mare: è assolutamente sconsigliato entrare in acqua con un piccolo legato in un supporto perchè se si dovesse scivolare accidentalmente il piccolo potrebbe essere trattenuto dal supporto sotto il pelo dell’acqua e quindi non riuscire più a respirare. Semaforo verde invece per passeggiate sul bagnasciuga e per andare e venire dalla spiaggia con maggiore comodità !!!
  • in auto: ultimissimo capitolo, che non sarebbe neanche da specificare, ma visto che qualcuno lo fa, addentriamoci. Qualunque supporto per portare i piccoli non può e non deve sostituire i normali dispositivi di sicurezza per il trasporto su strada (navicelle, ovetti e seggiolini auto). Non si guida con il neonato in fascia, né lo si tiene in fascia se si è uno dei passeggeri!

Portare un bambino è un modo di esprimere la propria genitorialità  che permette esperienze intense e uniche, esperienze che, una volta cresciuti i nostri piccoli, mancheranno e alle quali ripenseremo con un po’ di nostalgia. Il consiglio per tutti coloro che vogliono vivere questa esperienza in pienezza è quello di provare a vivere fino in fondo questo momento.
Stare con un neonato non è semplice, alle volte si desidera una cosa diversa, l’evasione, ma questo è un desiderio dell’adulto, non dimentichiamocene.

Quindi, se proprio uno non resiste, e vuole farsi una sciata, affidi il piccolo a qualcuno di cui si fida, se la goda e se la gusti fino in fondo, tornerà  dal bambino ricaricato, con il sorriso e tanta, tanta voglia di stare con lui, perchè  magari scoprirà  che la sua giornata è stata quasi perfetta… già , “quasi” perché alla fine quel piccoletto gli è mancato un sacco!

Foto 1: © Mammarsupio, Calori, Le4M

Il pianto del neonato si calma davvero con la fascia porta bebe’?

 

Il pianto del neonato

I neonati piangono. E’ un dato di fatto, chiunque, anche chi ha poco a che fare con i bambini, lo sa.
Il pianto è così dato per certo e scontato nei primi anni di vita che, nell’immaginario comune, uno dei simboli per rappresentare i piccolissimi è il ciuccio, strumento appunto usato, e purtroppo anche abusato, per calmare il neonato e il suo pianto.

Un piccolino piange per diversissime ragioni durante la sua giornata.
Il pianto è uno dei mezzi di comunicazione che gli ha donato la natura per farsi capire e comprendere sin da subito.
Un neonato può piangere perché sta male e soffre, oppure perché è affamato. Può piangere perché qualche cosa lo infastidisce, o perché desidera qualche cosa di diverso. Il pianto è anche il modo in cui scarica le tensioni e le fatiche della giornata; oppure può essere, al contrario, l’esito di un’emozione bella, ma troppo grande e difficile da gestire.
Comunque, il pianto è un mezzo comunicativo che ci segnala che il bambino, per una qualche ragione, vive un disagio. 

Il pianto è però “un segnale tardivo di disagio”. Questo significa che il bambino ha provato già  altri modi di comunicare il suo malessere a chi si prende cura di lui, ma poiché la comunicazione attraverso questi altri mezzi è stata poco a, alla fine sfodera la sua ultima “arma”: il pianto.

 

Come prevenire il pianto di un neonato

Accogliendo questa interpretazione del pianto come segnale tardivo di disagio, la prima cosa che si può fare per prevenire il pianto del neonato è quello di aiutarlo a vivere i suoi primi tempi nel mondo riducendo il più possibile, per quanto ci compete e possiamo fare, le possibili fonti di disagio.
Questo potrebbe sembrare una cosa scontata, ma è davvero la prima e unica azione di prevenzione al pianto.

Una mamma “sufficientemente buona”, come la definisce Winnicott (pediatra e psicanalista inglese) è una mamma capace di sintonizzarsi sul proprio piccolo e, quindi, capace di capire i suoi bisogni profondi e di offrire ad essi una risposta efficace e tempestiva. Questa capacità  di sintonizzarsi sul piccolo e sui suoi bisogni è una delle caratteristiche fondamentali del parenting, ovvero della capacità  del genitore di prendersi cura del piccolo.

Se all’inizio questa cosa può sembrare impossibile, l’esperienza di relazione quotidiana con il bambino aiuta la neo mamma e il neo papà  a prevenire le situazioni di disagio o ad accorgersi in tempi molto stretti che il piccolo non sta vivendo un’esperienza piacevole.

 

Come calmare il pianto di un neonato

E se, nonostante il nostro impegno e la buona volontà , il piccolo piange e magari si dispera, cosa si può fare per calmare il suo pianto?
La prima cosa è ascoltarlo!

Il pianto è uno strumento comunicativo particolarissimo, pensato dalla natura per far attivare, in chi lo ascolta, delle reazioni di protezione e di intervento. E’ pensato come un grido di allarme ed è così percepito e decodificato da chi lo ascolta che, se non altro mosso anche solo dal desiderio che finisca, si mobilita per cercare di fermarlo.

Ma i pianti non sono tutti uguali. Un neonato da subito è in grado di esprimere cose diverse con il pianto attraverso la modulazione della frequenza e dei toni e fare quindi capire il motivo del pianto.
Per questo è importante che se si è scelto di usare il ciuccio per il piccolo, questo non venga usato per azzittirlo. Occorre prima capire che cosa ci sta dicendo attraverso il pianto e poi eventualmente aiutarlo a consolarsi con il ciuccio o attraverso altre strategie.

Il piccolo piange fondamentalmente perchè uno dei suoi bisogni fondamentali o più di uno non è soddisfatto al meglio.
Quando si vuole capire il pianto del neonato, il pensiero di solito corre subito ai bisogni legati alla sopravvivenza: “Sta male?”, “Prova dolore?”, “Avrà  fame?”, “Avrà  sete?”, “Avrà  sonno?”, “Vorrà  essere cambiato?”. E’ molto importante verificare se il pianto è generato da una di queste cause e se così fosse, agire prontamente per alleviare la fatica e il disagio.

Ma spesso il bambino piange al di là  di questi motivi. Questo genere di pianto di solito getta nello sconforto i neo genitori. Nella loro mente, dopo aver formulato le domande precedenti ed aver escluso tutte quelle possibili cause, si genera sconforto e alle volte disorientamento: “Ma che cosa hai, piccolo mio?”.
La risposta va ricercata andando indietro nel tempo. Il piccolo arriva alla vita, dopo quell’esperienza unica a “magica” che è la vita uterina. 

Accanto ai bisogni di cura, per stare bene, ha bisogno che vengano soddisfatti anche il bisogno di contenimento e di contatto, dentro una relazione densa e significativa come quella con la propria mamma.

Il piccolo, attraverso il suo pianto, chiede alla mamma, in particolare, di ritrovarla, di ritrovare il suo corpo, il suo odore, il suo battito. Spessissimo la ragione del pianto di un neonato è la solitudine che prova e il disperato senso di smarrimento che vive quando la sua mamma è lontana. 

La soluzione, in questo caso è semplicissima: il piccolo si calmerà  quando ritroverà  la sua mamma e sta tranquillo e sicuro tra le sue braccia.

 

La fascia porta bebè: uno strumento per prevenire e calmare il pianto

Molti genitori che sperimentano la fascia scoprono, con l’esperienza, che il loro piccolo si calma facilmente in fascia e che diventa meno irritabile. Per queste ragioni la fascia, nel tempo, è stata definita come “uno strumento magico”. In effetti quello che questi genitori e i loro bambini sperimentano sembra avere degli aspetti magici, poco spiegabili.

Di fatto la fascia porta bebè consente al piccolo di vivere un tempo di solito prolungato sul corpo di chi si prende cura di lui. Il contatto con il corpo accogliente dell’adulto lo rassicura e la fascia gli offre un’esperienza di contenimento simile a quella vissuta nell’utero. Questi forti elementi di continuità  con l’esperienza uterina lo calmano e, in generale, prevengono, momenti di disagio e fatica.

Ecco il segreto della “magia” della fascia.
Un neonato portato in fascia frequentemente piangerà , quindi, meno rispetto ad un piccolo lasciato per molto tempo solo in uno degli svariati contenitori pensati per lui. Inoltre, il contatto e la vicinanza con il piccolo aiuterà  anche la sua mamma ad essere più serena.

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Foto4: © Mammarsupio 

Mamma mi porti con te?


Oggi, 17 novembre, si festeggia nel mondo la Giornata del Bambino Pretermine.
Vogliamo ricordare questa ricorrenza condividendo le parole di Chiara, mamma del piccolo Riccardo, che abbiamo incontrato negli scorsi mesi in una delle 10 terapie intensive neonatali nelle quali è attivo il progetto Un abbraccio che fa crescere, a sostegno proprio dei piccoli prematuri e delle loro famiglie.

Per tanto tempo, e a volte ancora adesso, mi sono sentita una mamma catapultata nella realtà , non volevo crederci, il mio desiderio, il mio sogno, le mie aspettative pesavano meno di 1 kg di zucchero…

L’unica cosa che potevo fare era aggrapparmi a lui e alla sua forza di vivere, alla sua tenacia e alla suo coraggio. Lo vedevo così fragile e non reale… Riccardo, cuor di leone (mai nome più indovinato), era lì davanti a me e li voleva restare, andando contro tutti i pronostici negativi.

Sono stati tre mesi difficili, complicati, pesanti e strazianti, ma sono serviti per farmi portare a casa il mio bambino!
Ogni giorno entravo in reparto di terapia intensiva in punta di piedi, lasciavo i miei pensieri negativi e le facce nere in macchina, il mio bimbo non poteva conoscermi così… Un bel sospiro e via, andiamo dal mio guerriero!
Anche se non lo nego, a volte la negatività  prendeva il sopravvento e milioni di lacrime scendevano sole, senza guida…

Un giorno come tanti dei 107 trascorsi in ospedale arriva una proposta: “Lo mettiamo in fascia?” In fascia? Cos’è? Mi sembrava una cosa così strana, io volevo stare solo con il mio bambino senza troppi giri di parole o interferenze, ma mi sono fatta convincere, proviamo…
Ecco che srotolano davanti a me 5 metri di soffice stoffa, prendo tra le braccia il mio ometto e lo appoggio su di me, un’infermiera mi avvolge con la fascia e ci ritroviamo un tutt’uno, insieme come non eravamo mai stati e come volevo e voleva stare.

Riccardo tira su la testolina, mi guarda, fa un sospirone e si lascia andare in un sonno profondo, era il suo modo per dirmi che stava bene, che gli piaceva.
Che buon profumo… Ho pensato sprofondando il mio naso su di lui. Riccardo ha appoggiato la sua testolina sul mio petto, sul mio cuore, sotto il mio naso, e si è lasciato abbracciare dalla fascia e dalle mie mani.
Era la prima volta che lo accarezzavo con entrambe perché non ero “impegnata” a sostenerlo, che bello, che sensazione di libertà !

Da quel primo appuntamento con la fascia ne sono seguiti molti altri, tutti positivi, non avere il pensiero o la preoccupazione di tenerlo in braccio mi lasciava libera di coccolarlo, conoscerlo e a volte anche dormire!

Ancora oggi, a distanza di 6 mesi dalla prima, la storia si ripete, lo prendo, lo metto sul mio petto, sul mio cuore, sotto il mio naso, e lo porto con me, Riccardo tira su la testolina, mi guarda, fa un sospirone e si addormenta, solo che la testa non ciondola più e gli occhi sono più sereni.

In questo modo oggi scopriamo il mondo,andiamo a passeggio, a fare la spesa, in vacanza… e mentre dorme a volte sorride, e io penso che sia il suo modo per dirmi grazie, grazie per portarmi con te!

Chiara, mamma di Riccardo

Cuore a cuore: in fascia posizione pancia a pancia

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Fascia posizione pancia a pancia

La nostra pancia è un luogo intimo del nostro corpo: lo proteggiamo e lasciamo che la tocchino solo persone con le quali siamo in intimità .
La pancia è un luogo che le donne riscoprono e scoprono in modo davvero unico e diverso durante la gravidanza. Tutta la magia, in questo periodo, avviene lì.
Il gesto istintivo, in seguito, con un neonato, è quello di portarlo a sé, di stringerlo a sé. E la magia si ricompie: il piccolo se lasciato pancia a pancia con la propria mamma di solito si rasserena e si calma.

In fascia posizione pancia a pancia: senso e significati

La posizione pancia a pancia è una delle tre posizioni base del babywearing, ovvero del portare il piccolo con dei supporti. E’ una posizione che si basa su un’intesa comunicazione corporea reciproca tra chi porta e chi è portato e per questo motivo risulta essere molto apprezzata.
La mamma e il piccolo riescono in parte a rivivere alcune condizioni della vita uterina, cosa che spesso piace ad entrambi e rassicura. Inoltre, è molto gradita anche dai papà , che sperimentano in modo inedito sensazioni ed esperienze molto forti con i loro piccoli, che consentono loro di conoscersi in un modo speciale.
Però, proprio per gli stessi motivi di forte coinvolgimento e di intimità , questa posizione potrebbe essere invece vissuta in modo poco piacevole sia da adulti che da piccoli che faticano a stare in legami e situazioni molto coinvolgenti.

La posizione pancia a pancia, inoltre, permette un contatto visivo reciproco ottimale. Questo è un modo di portare che nasce con l’introduzione del portare, come pratica di cura, in società  come la nostra, dove questa pratica si era persa. Infatti, in altre parti del mondo anche bambini molto piccoli vengono portati sul fianco o sulla schiena.

Si può portare in questa posizione con diversi supporti di tipo ergonomico: fasce lunghe, mei tai, marsupi ergonomici.
Al di là  del supporto scelto, il bambino deve essere portato, “alto”, con il sederino nella zona dell’ombelico di chi porta, e quindi la testolina ad altezza “di bacio”. Il supporto scelto deve permettere di scaricare il peso in modo ottimale sul corpo di chi porta. Questa posizione con un neonato si realizza al meglio con una fascia lunga di buona qualità .

Il bambino può essere portato in questa posizione dalla nascita, con la consapevolezza che la fascia è e rimane sempre un surrogato delle braccia materne: quindi, se possiamo goderci tra le braccia il nostro piccolo, meglio ancora!

Non c’è un termine preciso , raggiunto il quale occorre abbandonare questa posizione; spesso però o il piccolo, o chi porta, iniziano a voler sperimentare anche altre posizioni. Questo è un passaggio abbastanza fisiologico a livello relazionale, proprio perchè, per via dei significati legati a questo modo di portare, è una posizione molto connessa al desiderio di vivere la simbiosi, e questo desiderio lascia ad un certo punto lo spazio ad altri.
L’unica cosa certa è che rimarrà  per il vostro piccolo un’esperienza unica, un dono, che magari, in alcune circostanze particolari (malessere, tristezza, stanchezza) vi chiederà  di poter rivivere anche già  grandino!

Foto © Mammarsupio

Portare in inverno

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Negli incontri sul portare si affrontano spesso domande “stagionali”: in questo periodo, una delle domande frequenti delle mamme è se si può portare in inverno e come è meglio fare.
La percezione è che lo stare a contatto con il proprio piccolo in fascia sia reso molto complicato dal freddo e dal brutto tempo, come se il portare fosse una pratica adatta alla sola estate.

Per i bambini più piccoli, sotto i 4/5 mesi, si consiglia di portare sotto la propria giacca La ragione di questa indicazione sta nel fatto che il portare non è tanto un modo di trasportare i più piccoli, ma un modo di stare insieme e di conoscersi. Mettere tra i due corpi più strati di tessuto e imbottiture non è l’ideale, soprattutto con i bambini più piccoli, quando la relazione è tutta da costruire e il dialogo tonico è fondamentale per imparare a stare bene insieme.

Questa soluzione non solo risponde in modo ottimale ai bisogni sia del piccolo sia di chi porta, ma soprattutto si rivela una soluzione pratica e comoda.
In questo modo chi porta riesce a controllare meglio la temperatura del piccolo portato perchè può svestirsi e vestirsi in comodità  in base al luogo dove si trova.

In commercio si trovano diverse giacche, più o meno pesanti, che permettono di portare il piccolo.
Come Mammarsupio abbiamo collaborato con una piccola realtà  torinese di moda sostenibile ed etica, Quagga, per realizzare un parka multifunzionale, lo IOPI, che potesse accompagnare la donna prima, durante e dopo la gravidanza.
Un pratico tool può essere usato prima per usare la giacca durante la gravidanza e poi per portare il piccolo al riparo dal freddo invernale. E quando il piccolo cresce, o nei momenti in cui non sta in fascia, il tool si stacca comodamente e la giacca rimane una bel capo tecnico slim fit.

Quando i piccoli crescono poi si può scegliere in base alle nuove esigenze che si presentano.
Si possono continuare a portare sotto la propria giacca, oppure gradualmente vestirli. In questo passaggio è sempre buona cosa farsi guidare dalla praticità . Se il piccolo, ormai cresciuto, viene portato per un po’, ma poi preferisce scendere e sperimentare i primi passi in autonomia, è sicuramente più pratico che abbia una sua giacca che gli consenta di stare al caldo in entrambe le situazioni.

In altre situazioni, invece, sarà  ancora comodo portarlo sotto la propria giacca e spogliarsi con facilità  insieme quando dall’esterno si passa in un luogo chiuso e caldo.

Foto © Mammarsupio: giacca Iaki di Quagga e Mammarsupio; cappellino Mammarsupio