Le mamme non possono ammalarsi!

rcatu3ek4cae3wfnxcag5g5anca3906ercaue5uiycaua9nwtca4kl1myca8ht3ufca34pqjncafw26j0caxa9i62caufnn3vcadp6qbrcap8epwfca4lwfxoca7cfr3wcaf6gyvbcau2oehl.jpgQualunque età  abbiano i loro piccoli sembra che alle mamme non sia permesso ammalarsi.

Se cercano di stare a letto dirigono comunque tutto a distanza, vengono subbissate da mille domande e sobbalzano e si alzano al primo rumore sospetto. Se provano a stare sul divano vengono addirittura interpretare dai più piccoli come “finalmente disponibili” e allora utilizzate come tappeto di lancio, come cavallo o come leggistorie. Niente di più stressante

Anche la natura sa che una mamma non può ammalarsi. Infatti un’influenza anche con febbre alta non pregiudica l’allattamento: una mamma che allatta durante l’influenza passerà al suo piccolo attraverso il latte gli anticorpi che ha creato per sè stessa e lo proteggerà  dalla malattia.

Il potere degli abbracci: sostenere la crescita del neonato con le coccole

 La crescita di un neonato tra attenzioni e preoccupazioni

Ma come si è fatto grande!“; “Cresce?“; “Ma crescerà  abbastanza?“; “Mi raccomando, tenga d’occhio la crescita in questa settimana!“…
Potremmo allungare l’elenco a dismisura di queste frasi che, almeno in un’occasione, ogni neomamma si è sentita rivolgere dai parenti, dagli amici, da semplici conoscenti e anche dai pediatri.  

La crescita è un tema caldo dei primi mesi con un neonato.
Un tema che fa nascere specifiche attenzioni e, se il bambino sembra crescere poco, anche delle preoccupazioni, più o meno fondate, soprattutto per quanto riguarda il tema dell’alimentazione e del cibo.
Ed ecco quindi tutti i commenti e consigli in campo di allattamento, soprattutto se la mamma sceglie quello al seno esclusivo e a richiesta, perchè ai più, spesso disinformati, sembra sia una modalità  che lascia troppo spazio al caso e poco verificabile. 

Il rischio, per la mamma, con tutte queste pressioni, di andare in corto circuito è dietro l’angolo purtroppo.
Il primo consiglio è quindi, nel caso una mamma si trovi in questa situazione, di rivolgersi ad un operatore qualificato che riesca a sostenerla e verificare con lei la situazione. Ostetriche dei consultori, alcuni
bravi pediatri di base, e consulenti della Leche League possono essere dei validi alleati in queste situazioni di dubbio ed eventualmente di criticità .

Pane e tulipani”: un diverso punto di vista sulla crescita del neonato

Ma la crescita è solo questione di cibo?
Viene in mente il film di Soldini che suggerisce con chiarezza che la vita, e quindi anche la crescita, non ha a che fare solo con il “pane”, ma anche con i “tulipani”, e, anzi, che senza i “tulipani” anche il “pane” rischia di non bastare. 

La psicologia del novecento ha dimostrato in lungo e il largo questa verità  proprio a partire dall’infanzia. Si sono susseguiti diversi studi che sono riusciti a dimostrare che rispondere al bisogno del piccolo di essere nutrito è altrettanto fondamentale ed importante che rispondere al suo bisogno di relazione e di contatto fisico.
Un piccolo ben nutrito, se lasciato solo e poco toccato, rischia di non crescere e di non crescere bene.

Eppure, se come genitori ci si affanna sul discorso del cibo e si è disposti a fare di tutto per offrire il meglio al piccolino, alle volte ci si lascia convincere a non rispondere con la stessa efficacia agli altri bisogni …. perchè se no si vizia! 

Un abbraccio per crescere bene

Come genitori abbiamo la possibilità  di stare accanto al nostro piccolo cercando, sin da subito, attraverso il nostro modo di prenderci cura di lui, di rispettarlo e di volergli davvero bene, nel senso di “volere il suo bene”. Accanto a questa possibilità  abbiamo anche la concreta opportunità , attraverso il nostro modo di fare e di essere con i nostri figli, di promuovere una cultura dell’infanzia differente, più rispettosa e dignitosa.  

Occorre però cambiare prospettiva!
Dobbiamo assolutamente abolire dalla nostra mente che le coccole, gli abbracci, lo stare in braccio o in fascia siano dei “vizietti” concessi “a un piccolo furbetto!”.
Tutti questi gesti di cura altro non sono che il tentativo, quasi mai perfetto, di rispondere al bisogno fondamentale del nostro piccolo di essere amato e di essere compreso 

Un abbraccio non fa mai male, anzi ha benefici effetti non solo sull’umore, ma anche sulla salute fisica e sul benessere della persona.
Tantissime ricerche sui piccoli nati prematuri lo dimostrano, e ormai ciò è diventato prassi in tutti gli ospedali all’avanguardia: il contatto pelle a pelle con la mamma migliora e stabilizza i parametri e le funzioni vitali del piccolo. 

Davanti a queste numerose evidenze, non ci resta che riempire di abbracci e di coccole i nostri piccoli. Tutto questo, inoltre, rimane possibile, usando una fascia o altri supporti, anche se nel frattempo siamo costretti a fare altro.
La magia che si scopre è che questo non solo fa bene a loro, i piccolini, ma anche tanto a noi, perchè un abbraccio riempie anche noi di “tulipani”. 

E se proprio non sapete cosa rispondere alle inevitabili critiche o battutine cattive di chi vi sta attorno e potrebbe giudicarvi, rispondete con le parole di Virginia Satir, psicologa e psicolanalista americana, che diceva:
Ci servono 4 abbracci al giorno per sopravvivere.
Ci servono 8 abbracci al giorno per mantenerci in salute.
Ci servono 12 abbracci al giorno per crescere.” 

…altro che vizietti!

Foto 1 ©Ingold/Corbis; Foto 2 ©Nowitz/Corbis; Foto 3 ©Gullung/Cultura/Corbis

Il pianto del neonato si calma davvero con la fascia porta bebe’?

 

Il pianto del neonato

I neonati piangono. E’ un dato di fatto, chiunque, anche chi ha poco a che fare con i bambini, lo sa.
Il pianto è così dato per certo e scontato nei primi anni di vita che, nell’immaginario comune, uno dei simboli per rappresentare i piccolissimi è il ciuccio, strumento appunto usato, e purtroppo anche abusato, per calmare il neonato e il suo pianto.

Un piccolino piange per diversissime ragioni durante la sua giornata.
Il pianto è uno dei mezzi di comunicazione che gli ha donato la natura per farsi capire e comprendere sin da subito.
Un neonato può piangere perché sta male e soffre, oppure perché è affamato. Può piangere perché qualche cosa lo infastidisce, o perché desidera qualche cosa di diverso. Il pianto è anche il modo in cui scarica le tensioni e le fatiche della giornata; oppure può essere, al contrario, l’esito di un’emozione bella, ma troppo grande e difficile da gestire.
Comunque, il pianto è un mezzo comunicativo che ci segnala che il bambino, per una qualche ragione, vive un disagio. 

Il pianto è però “un segnale tardivo di disagio”. Questo significa che il bambino ha provato già  altri modi di comunicare il suo malessere a chi si prende cura di lui, ma poiché la comunicazione attraverso questi altri mezzi è stata poco a, alla fine sfodera la sua ultima “arma”: il pianto.

 

Come prevenire il pianto di un neonato

Accogliendo questa interpretazione del pianto come segnale tardivo di disagio, la prima cosa che si può fare per prevenire il pianto del neonato è quello di aiutarlo a vivere i suoi primi tempi nel mondo riducendo il più possibile, per quanto ci compete e possiamo fare, le possibili fonti di disagio.
Questo potrebbe sembrare una cosa scontata, ma è davvero la prima e unica azione di prevenzione al pianto.

Una mamma “sufficientemente buona”, come la definisce Winnicott (pediatra e psicanalista inglese) è una mamma capace di sintonizzarsi sul proprio piccolo e, quindi, capace di capire i suoi bisogni profondi e di offrire ad essi una risposta efficace e tempestiva. Questa capacità  di sintonizzarsi sul piccolo e sui suoi bisogni è una delle caratteristiche fondamentali del parenting, ovvero della capacità  del genitore di prendersi cura del piccolo.

Se all’inizio questa cosa può sembrare impossibile, l’esperienza di relazione quotidiana con il bambino aiuta la neo mamma e il neo papà  a prevenire le situazioni di disagio o ad accorgersi in tempi molto stretti che il piccolo non sta vivendo un’esperienza piacevole.

 

Come calmare il pianto di un neonato

E se, nonostante il nostro impegno e la buona volontà , il piccolo piange e magari si dispera, cosa si può fare per calmare il suo pianto?
La prima cosa è ascoltarlo!

Il pianto è uno strumento comunicativo particolarissimo, pensato dalla natura per far attivare, in chi lo ascolta, delle reazioni di protezione e di intervento. E’ pensato come un grido di allarme ed è così percepito e decodificato da chi lo ascolta che, se non altro mosso anche solo dal desiderio che finisca, si mobilita per cercare di fermarlo.

Ma i pianti non sono tutti uguali. Un neonato da subito è in grado di esprimere cose diverse con il pianto attraverso la modulazione della frequenza e dei toni e fare quindi capire il motivo del pianto.
Per questo è importante che se si è scelto di usare il ciuccio per il piccolo, questo non venga usato per azzittirlo. Occorre prima capire che cosa ci sta dicendo attraverso il pianto e poi eventualmente aiutarlo a consolarsi con il ciuccio o attraverso altre strategie.

Il piccolo piange fondamentalmente perchè uno dei suoi bisogni fondamentali o più di uno non è soddisfatto al meglio.
Quando si vuole capire il pianto del neonato, il pensiero di solito corre subito ai bisogni legati alla sopravvivenza: “Sta male?”, “Prova dolore?”, “Avrà  fame?”, “Avrà  sete?”, “Avrà  sonno?”, “Vorrà  essere cambiato?”. E’ molto importante verificare se il pianto è generato da una di queste cause e se così fosse, agire prontamente per alleviare la fatica e il disagio.

Ma spesso il bambino piange al di là  di questi motivi. Questo genere di pianto di solito getta nello sconforto i neo genitori. Nella loro mente, dopo aver formulato le domande precedenti ed aver escluso tutte quelle possibili cause, si genera sconforto e alle volte disorientamento: “Ma che cosa hai, piccolo mio?”.
La risposta va ricercata andando indietro nel tempo. Il piccolo arriva alla vita, dopo quell’esperienza unica a “magica” che è la vita uterina. 

Accanto ai bisogni di cura, per stare bene, ha bisogno che vengano soddisfatti anche il bisogno di contenimento e di contatto, dentro una relazione densa e significativa come quella con la propria mamma.

Il piccolo, attraverso il suo pianto, chiede alla mamma, in particolare, di ritrovarla, di ritrovare il suo corpo, il suo odore, il suo battito. Spessissimo la ragione del pianto di un neonato è la solitudine che prova e il disperato senso di smarrimento che vive quando la sua mamma è lontana. 

La soluzione, in questo caso è semplicissima: il piccolo si calmerà  quando ritroverà  la sua mamma e sta tranquillo e sicuro tra le sue braccia.

 

La fascia porta bebè: uno strumento per prevenire e calmare il pianto

Molti genitori che sperimentano la fascia scoprono, con l’esperienza, che il loro piccolo si calma facilmente in fascia e che diventa meno irritabile. Per queste ragioni la fascia, nel tempo, è stata definita come “uno strumento magico”. In effetti quello che questi genitori e i loro bambini sperimentano sembra avere degli aspetti magici, poco spiegabili.

Di fatto la fascia porta bebè consente al piccolo di vivere un tempo di solito prolungato sul corpo di chi si prende cura di lui. Il contatto con il corpo accogliente dell’adulto lo rassicura e la fascia gli offre un’esperienza di contenimento simile a quella vissuta nell’utero. Questi forti elementi di continuità  con l’esperienza uterina lo calmano e, in generale, prevengono, momenti di disagio e fatica.

Ecco il segreto della “magia” della fascia.
Un neonato portato in fascia frequentemente piangerà , quindi, meno rispetto ad un piccolo lasciato per molto tempo solo in uno degli svariati contenitori pensati per lui. Inoltre, il contatto e la vicinanza con il piccolo aiuterà  anche la sua mamma ad essere più serena.

Foto1: © Jeff Tzu-chao Lin/imageBROKER/Corbis
Foto 2: © 2/Sylvain Cordier/Photodisc/Ocean/Corbis
Foto3: © Radius Images/Corbis
Foto4: © Mammarsupio 

Giochi da bambina o giochi da bambino? No, semplicemente giochi


Al parchetto: “questa è una cosa da bambine!”

Su una panchina del parchetto, due bambine di sette e otto anni giocano ad intrecciare braccialetti con gli elastici. Insieme a loro, impegnato e molto concentrato, c’è anche un bimbetto di cinque anni, che mentre “lavora” si racconta: gli piace intrecciare gli elastici, vedere cosa riesce a realizzare da solo e, infine, regalare il braccialetto … lo ha fatto proprio per il suo papà , con i colori della loro squadra del cuore.

Poco distante gioca un bambino, suo coetaneo, con le sue sorelline. Si avvicina alla panchina incuriosito da quello che stanno facendo questi altri bambini, subito seguito dalla mamma, anch’essa interessata. Questo bambino osserva il suo coetaneo intento nel lavoro e chiede se può insegnargli a fare un braccialetto bello come il suo, ma con i colori di un’altra squadra.

Probabilmente, se nessuno fosse intervenuto, in poco tempo i bambini avrebbero trovato il modo più efficace per insegnare all’ultimo venuto come realizzare il suo braccialetto e ciascuno di loro sarebbe tornato a casa con un’esperienza in più: saper fare una cosa nuova, aver saputo insegnare qualche cosa, aver condiviso con altri … 

Ma questo non si è potuto realizzare.

La mamma incuriosita, nel vedere il figlio chiedere agli altri bambini di essere aiutato a realizzare questo braccialetto ha prontamente esclamato: “Ma no, cosa fai! Questa è una cosa da bambine! Tu sei un maschio: devi giocare con le macchine, i robot e le pistole!”.
Le altre mamme presenti hanno provato portare altre argomentazioni, ma sono valse ben poco agli occhi di quel bimbo, che si è allontanato e, preso un ramo secco da terra, si è messo a giocare al soldato.

Giochi da bambina e giochi da bambino

Ma esistono davvero giochi esclusivi per le bambine e giochi esclusivi per i bambini? Il gioco può e deve avere caratteristiche diversificate in base al genere?

Se partiamo dal punto di vista di questa mamma, sembrerebbe di si.
I giochi non sono tutti uguali e ci sono alcuni giochi che proprio non si addicono ad un maschio e, presumibilmente potremmo dedurre anche il contrario: ci sono giochi che non vanno bene per una bambina.
Sicuramente in molti non condividono questa presa di posizione così netta ed esplicita, soprattutto perché il commento di questa mamma è stato generato da un’attività  che ai più potrebbe sembrare neutra, come realizzare qualche cosa con le proprie mani.

Però forse, in molti di più approverebbero le idee di questa mamma, estendendole ad altri giochi. Probabilmente non molti genitori accetterebbero di buon grado che il proprio bimbo, maschio, giocasse con le bambole o i pentolini o che la propria bimba, femmina, giocasse con macchinine, trattori e camion.

E se lo accettassimo, però raramente penseremmo di regalare di proposito una bambola ad un maschietto o una macchinina ad una bambina.


Semplicemente … il gioco

L’idea che esistano dei giochi e dei giocattoli per le bambine e dei giochi per bambini è diffusa e spesso guida le nostre scelte educative e genitoriali.
Sicuramente in larga parte è indotta dalle regole del mercato. I giocattoli in vendita sono spesso connotati in maniera precisa: i colori, le grafiche, le foto e le pubblicità  che li accompagnano.
Questa logica stravolge spesso anche i giocattoli e i prodotti più trasversali. Anche tricicli, pattini a rotelle, biciclette sono venduti in versioni spiccatamente femminili o maschili. C’è una logica commerciale precisa sotto questa strategia, che amplifica i desideri e quindi anche i consumi. In più un gioco connotato al maschile o al femminile è più difficile da passare tra fratelli e amici.

Questa convinzione ha però anche delle radici e delle motivazioni culturali più profonde, legate al fatto che si ha l’idea che il gioco dei bambini debba proporre dei modelli di genere ai quali possano ispirarsi e, alle volte, uniformarsi.

Sicuramente nel gioco si vivono una serie di elementi legati all’identità  di genere, ma il gioco è e rimane lo spazio privilegiato per il bambino (e poi anche per l’adulto) per vivere ed rielaborare la realtà  in modo creativo.
In quest’ottica la questione di genere non è quindi prioritaria, mentre assume molto più valore la possibilità  di sperimentare se stessi e le proprie abilità  al di fuori e al di sopra di schemi preconfezionati e imposti.

I giocattoli che favoriscono il gioco

Nei giorni scorsi ha fatto il giro del web la foto di un foglio allegato ad una confezione di Lego degli anni ’70 che invitava i genitori a riflettere sul bisogno fortissimo, sia dei bambini che delle bambine, di creare e di costruire a partire dalla propria fantasia e immaginazione. La lettera si conclude con questa esortazione:La cosa più importante è mettere nelle loro mani il materiale giusto e lasciarli creare ciò che li affascina . 

E’ questa la questione centrale: offrire, a partire da quando sono piccolini, il “materiale giusto” ai bambini, affinché loro, con la fantasia e la creatività , li trasformino nel e attraverso il gioco.
Il “materiale giusto” spesso è un oggetto semplice, di uso quotidiano, ma scelto perchè adatto per dimensioni, forme, colori, alle mani e agli occhi dei bambini; oppure spesso è un buon giocattolo, semplice e sobrio nelle linee e poco strutturato.

Per giocare non servono giocattoli iper-strutturati e molto costosi!
I bambini giocano meglio con cose semplici, quotidiane, ma che permettono loro di essere i veri protagonisti dell’azione e che, proprio per la loro semplicità  si prestano ai mille usi che la fantasia suggerisce.

Se è vero che l’offerta sul mercato è spesso connotata, agli educatori e ai genitori rimane la possibilità  di scegliere e orientare le proprie scelte, sostenendo, nel proprio piccolo, un nuovo orientamento culturale più rispettoso dei piccoli e del loro futuro.

Il portare: un’avventura da condividere

Posted by in Portare

Condividi l’avventura! (Share the adventure!): questo il motto scelto dagli organizzatori della Settimana Internazionale dedicata al Babywearing, ovvero, detto all’italiana, del Portare. In questo slogan sono sintetizzati due aspetti fondamentali legati a questo particolare e unico modo di prendersi cura dei piccoli.

Il primo: il portare può e dovrebbe essere un’avventura.
Questo è vero per i genitori che vivono in quei luoghi nel mondo in cui questa antica pratica si è persa nei secoli, con il crescere dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione.
Questi genitori, oggi, scoprono quindi il portare quasi da zero, senza una cultura condivisa alle spalle. Tutt’altro, con alle spalle e nelle orecchie teorie e credenze che propongono pratiche diverse se non opposte.

Per questi genitori, quindi, scegliere di portare il proprio piccolo può rivelarsi un’avventura non scontata e ricca di emozioni e doni inattesi.
E mentre si porta ci si accorge che questo gesto non si esaurisce in se stesso, in un modo comodo di trasportare oppure in un metodo infallibile per calmare un neonato. No, mentre si porta il proprio piccolo, si scopre che il portare è un segno, è un gesto che aiuta a vivere una relazione autentica con il proprio bambino, perchè facilita la comunicazione, verbale e non, e lo stare insieme.
Si impara a conoscersi e, insieme, si cresce, nel rispetto e nell’ascolto.

Quindi, il significato di avventura si amplia. L’avventura non è solo quella di scoprire, quasi come pionieri, una pratica ormai perduta. L’avventura è quella che si vive portando: è l’avventura di crescere insieme!

Il secondo aspetto su cui pone l’accento questo slogan è il condividere.
E’ un aspetto centrale nella pratica del portare, che è stato centrale anche nel nostro impegno di cooperativa in tutti questi anni.
Proprio perchè viviamo in una cultura che non ha saputo tramandare fino ad oggi questo modo di prendersi cura dei piccoli, abbiamo assolutamente bisogno che si crei condivisione attorno a questa pratica e a questo tema. Una condivisione che spesso si crea da mamma a mamma, da famiglia a famiglia, oltre che grazie all’impegno di diverse realtà  anche in Italia.

Noi, nel nostro piccolo, è quello che in questi anni abbiamo cercato di portare avanti
Attraverso il progetto Mammarsupio, abbiamo contribuito a rendere accessibili i supporti non strutturati in Italia, coniugando il bisogno delle famiglie di averli a disposizione con un forte impegno etico e sociale che ci ha portato a produrre le prime fasce lunghe a filiera etica italiana.
Avere a disposizione questo strumento ci ha spinto a potenziare e ampliare il lavoro a sostegno della genitorialità , all’interno del quale il tema del portare ha sempre avuto un ruolo centrale.

Infine, abbiamo scelto di condividere questa avventura anche con gli operatori del settore materno infantile che incontravamo attraverso sessioni formative dedicate e progetti specifici direttamente nelle strutture ospedaliere, convinte che un operatore formato è il miglior sostegno che si possa offrire al maggior numero di famiglie.

In tutto questo nostro lavoro abbiamo dedicato un’attenzione particolare ai piccoli prematuri e alle loro famiglie, sia rendendo disponibile per loro uno strumento pensato ad hoc, la fascia lunga Bio soft, sia attraverso un progetto specificoall’interno dei reparti di Terapia Intensiva Neonatale.

Questo impegno è stato sostenuto, nel tempo, dalle tante persone (genitori, piccoli, operatori, persone sensibili) che abbiamo incontrato e ci hanno spronato e aiutato a migliorare. Cogliamo, quindi, questa occasione per ringraziare tutti, per ringraziarvi tutti, e continuare con sempre nuovo entusiasmo questo impegno nel condividere questa meravigliosa avventura.

Foto © Mammarsupio: giacche MammaHunzi

Marsupio: posizione fisiologica della schiena

Posted by in Portare

Marsupio posizione fisiologica schiena

La schiena del neonato: conformazione e sviluppo

Le caratteristiche che presenta un piccolo alla nascita ci parlano sia del suo passato, il periodo vissuto in utero; sia del suo presente, cosa ha bisogno ora, in questo momento per stare bene; sia del suo futuro, dei bisogni che lo accompagneranno.
Questo è vero per i suoi bisogni più profondi, ma anche per le caratteristiche del suo corpo.

Un corpo che, nove mesi prima, nel segreto, si è formato partendo da due minuscole cellule e che nel primo anno di vita si svilupperà  e trasformerà  come non accadrà  più nel resto della sua vita.

Una delle prime caratteristiche che coglie lo sguardo è la particolare conformazione della schiena di un neonato. Se appoggiato al corpo della mamma o del papà , con la testina a contatto del petto, ad altezza bacio, il neonato si ranicchia e sembra una piccola tartarughina.
La sua schiena assume una forma specifica, tipica solo dei primi mesi di vita. Infatti,la colonna vertebrale del piccolo, per stare nove mesi nella pancia della sua mamma, ha una particolarissima conformazione a C, tecnicamente chiamata cifosi completa. Tale conformazione si modifica durante tutto il primo anno di vita, fino ad arrivare alla conformazione tipica dell’età adulta a S.

A partire dal terzo-quarto mese, quando il bambino riesce a reggere meglio il capo, la forma a C inizia a modificarsi e nella zona cervicale si viene a formare una lordosi.
Quando il piccolo, poi, comincia a stare seduto in modo autonomo si viene a formare anche la cifosi a livello del torace. Infine, la colonna assume la posizione a S con la formazione della lordosi lombare, quando il piccolo attorno all’anno o poco più inizia a camminare.

Tale sviluppo va di pari passo e in stretta connessione con lo sviluppo della muscolatura connessa alla colonna vertebrale.

Marsupio e posizione fisiologica della schiena

Proprio per questo sviluppo graduale della colonna e della relativa muscolatura, occorre che un buon supporto per portare i piccoli rispetti questa particolare fisiologia della schiena e la sostenga nel suo continuo sviluppo.

Per questo motivo sono sconsigliati supporti che per la loro rigidità  si adattano poco alla crescita e al progressivo cambiamento della colonna vertebrale del piccolo.
Un buon supporto per portare deve quindi sostenere la spina dorsale in tutta la sua lunghezza, garantendo un buon supporto a tutte le parti della schiena. Questo vale in modo particolare per i neonati, la cui muscolatura è ancora poco tonica, ma anche per i più grandi perchè, quando si addormentano, rilassando i muscoli, necessitano di un ulteriore supporto.

Un buon supporto poi deve sostenere in modo stabile, senza risultare però troppo rigido. A tal proposito, soprattutto per i piccolissimi, l’ideale sono supporti non strutturati perchè sono i maggiormente adattabili.

Foto © Mammarsupio

Spegni la TV….anzi, buttala!

Lo so, FORSE è un po’ estremo…ma, vi confesso che ci credo veramente.

immagine-7.png Dire in poche righe il perchè è complesso…ma se in casa ci sono dei bambini i motivi aumentano in maniera spropositata e quindi mi voglio impegnare a condividere le mie riflessioni.

Prima dei tre anni no, mille volte no..come scrive il famoso Alessandro Volta. Non è anti educativo ma può essere nocivo a livello cognitivo ed emotivo.

Esistono programmi specifici studiati scientificamente addirittura per i lattanti, niente da dire sui loro contenuti ma tanto da dire sul fatto che i piccolissimi siano incoraggiati a stare davanti ad un video e a utilizzare delle competenze cognitive di concentrazione e attenzione visiva passiva che non hanno ancora avuto il tempo di formare. Nella prima fase della loro vita i cuccioli di uomo devono, più di ogni altra cos, poter creare legami stretti e fiduciosi con le persone che amano e decifrare il mondo esplorando con tutti i loro sensi. L’ultima cosa di cui hanno bisogno è stare davanti ad un video.

…e quando crescono? A mio avviso dovrebbero aver così tante cosa da fare, da sperimentare, da scoprire… da non poter trovare il minimo interesse ad un intrattenimento passivo come quello della TV. Per tutta la vita utilizzeranno, la vista, l’udito e la concentrazione specifica per qualsiasi attività . Almeno nei loro primi dieci anni lasciamoli utilizzare le mani, le gambe, i piedi, la lingua, le ginocchia il naso…la voce per scoprire il mondo e gli altri, gli amici! Amici con i quali progettare, costruire, colorare, litigare…far impazzire i genitori!

Potenza, ultima tappa?

Con le ostetriche e le mamme dell’associazione Materna, oggi pomeriggio abbiamo affrontato veramente tanti temi a partire dal portare in fascia: il parto, i ritmi di mamma e bambino, la salute femminile… l’educazione alla sessualità, la menopausa.  Insomma, ogni tappa è diversa. Sai come comincia ma mai come finisce!

Potenza

Matera e Casa Netural

La Tappa numero 8, la passeggiata tra i sassi a Matera, si è trasformata in un bellissimo incontro con Casa Netural e tanti dei suoi “abitanti”. Il Perchè di questo cambio di programma?  Semplicemente perchè…PIOVEVA!

Eh sì, pioggia, vento e anche un bel freschino, cari amici invidiosi che ci leggete dal Nord:)

Matera

A Casa Netural abbiamo incontrato Mariella Stella, co-fondatrice di questo splendido progetto: “Uno spazio accogliente, una casa…incubatore di sogni professionali”. Ce lo ripetono più volte anche Paola e Mariella “In questi posti le donne non sempre trovano un lavoro…e dopo il primo figlio è praticamente impossibile rientrare nel “giro”. “Aiutiamo le donne, ma non solo loro, a definire e strutturare il loro progetto professionale e li affianchiamo finchè ne hanno bisogno”

A Casa Netural c’è un co-working con uno spazio apposta perchè i bambini possano giocare mentre le mamme lavorano, una pannolinoteca e una fascioteca… tutti servizi a disposizione dei genitori del territorio e legati al progetto Casa Natural Family.

Un fulcro di energia e innovazione nel mezzo della bellissima terra lucana.

Bari…Mare Mare Mare…

Oggi non aggiungiamo tante parole…non serve, parlano le splendide foto. Mare, sabbia finissima, bimbetti sorridenti e tante fasce di tutti i tipi per la tappa di Bari, organizzata da Rinascere al Naturale in collaborazione con l’Associazione LATTE+AMORE= MAMMAMIA.

GRAZIE!

 

Bari